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Articoli marcati con tag ‘concorrenza’

Samsung NX ad inizio 2010?

sabato, 5 settembre 2009

pubblicato da Derfy in: Fotocamere Samsung

6a5b22ab023c6e1f2df36587365d9106 Samsung NX ad inizio 2010?

Il sistema NX di Samsung è stato rimandato.

Verrà lanciata a fine 2009 o inizio 2010. Michael Zoller dell’azienda ha confermato che al momento stanno svolgendo la fase di test. Durante l’annuncio di marzo 2009 si parlava di un rilascio per la seconda metà dell’anno.

Il sistema farà concorrenza all’Olympus E-P1 ed Panasonic GF-1.

Via | AmateaurPhotographer

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Leaf ricomincia a produrre

sabato, 5 settembre 2009

pubblicato da Derfy in: Curiosità

Leaf Aptus-II 10

Dopo essere stata salvata a giugno, ora Leaf ha ricominciato a produrre.

I dorsi APTUS II potrebbero essere pronti in circa due settimane secondo quanto afferma Photoscala. Si tratta di un periodo molto complicato per il mondo del formato medio con attori nuovi come Leica ad entrare nella mischia.

Purtroppo per le aziende gli equilibri sono traballanti ed alcune aziende non hanno dei conti molto floridi. Speriamo che questa concorrenza possa tenere in vita le aziende migliori e far rifiorire la concorrenza e l’innovazione del segmento.

Via | 1001NoisyCameras

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Recensione Canon 500D

venerdì, 3 luglio 2009

pubblicato da Derfy in: Fotocamere Canon

dc0486df2258e821592fe2b7f5ec838a Recensione Canon 500D

Grazie all’introduzione della 1000D la Canon 500D può integrare alcune caratteristiche per chi fotoamatori più consapevoli come ad esempio un mirino più grande e spot metering.

Dal punto di vista generale si può definire una rivisitazione della Canon 450D con il sensore della Canon 50D. Risoluzione da 15 megapixel, modalità video 1080p, schermo da 920000 pixel con risoluzione VGA e processore Digic IV.

La conclusione parla di una fotocamera ben bilanciata come caratteristiche anche se forse un po’ più costosa della concorrenza diretta in questi tempi di crisi. Come abbiamo già detto la risoluzione di 15 megapixel richiedono l’investimento in obiettivi di qualità per poter sfruttare pienamente il sensore.
afc74994e44c8aafc04f7018b2f6d5ca Recensione Canon 500D39de0070623bab385d3967fe8e0bb842 Recensione Canon 500D2975454663712c7530c4f849203de6f5 Recensione Canon 500D14a415dad8ac1e6c77f22715866310a9 Recensione Canon 500D

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Recensione Canon 500D

venerdì, 12 giugno 2009

pubblicato da Derfy in: Fotocamere Canon

fafbfc0e745e137e244983e78ee5ac7e Recensione Canon 500D

Grazie all’introduzione della 1000D la Canon 500D può integrare alcune caratteristiche per chi fotoamatori più consapevoli come ad esempio un mirino più grande e spot metering.

Dal punto di vista generale si può definire una rivisitazione della Canon 450D con il sensore della Canon 50D. Risoluzione da 15 megapixel, modalità video 1080p, schermo da 920000 pixel con risoluzione VGA e processore Digic IV.

La conclusione parla di una fotocamera ben bilanciata come caratteristiche anche se forse un po’ più costosa della concorrenza diretta in questi tempi di crisi. Come abbiamo già detto la risoluzione di 15 megapixel richiedono l’investimento in obiettivi di qualità per poter sfruttare pienamente il sensore.
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10 Consigli per scegliere la Nuova Fotocamera – www.dphoto.it

sabato, 13 dicembre 2008

Gli appassionati di fotografia sanno cosa vogliono e spesso lo attendono fin da quando compaiono i primi “rumors” (indiscrezioni) sul lancio di un nuovo modello. Ma per tanti, principianti, famiglie, dilettanti, la scelta di una nuova macchina fotografica digitale non è una cosa semplice. E non potrebbe esserlo, del resto, visto il gran numero, centinaia di modelli di tutte le fogge e di tutti i prezzi che fanno capolino dalle vetrine dei negozi.
Come fare? Si interrogano gli amici “informati”, il commesso bendisposto, si legge qualcosa qua e là. E alla fine? Alla fine in tanti si affidano al marchio conosciuto, oppure ai “megapixel”: “Più ce ne sono, migliori saranno le foto…”.

Dphoto è nato per stuzzicare i fotografi professionisti e gli appassionati con anticipazioni e novità, ma anche per offrire ai principianti una serie di spunti e di consigli per scegliere al meglio.
Ecco 10 consigli per la scelta della fotocamera, che va bene per il Natale alle porte e non solo. Buona lettura.
(continua…)

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Canon 5D mark II, la prima recensione

mercoledì, 10 dicembre 2008

pubblicato: venerdì 05 dicembre 2008 da Derfy in: Fotocamere Canon

c95a584a3e719a9ed74dcae1fdf05f4b Canon 5D mark II, la prima recensione

La Canon 5D mark II è stata una reflex a lungo attesa da molti e di cui ci siamo occupati abbondantemente e finalmente è arrivata la prima recensione ad opera di PhotographyBlog che pochi giorni fa aveva già pubblicato le prime immagini scattate con questa fotocamera.

Questa è una reflex full frame che assomiglia sotto molti punti di vista alla vecchia Canon 5D, ma che ha un sensore da 21 megapixel ed un ampliata gamma iso che ora varia da 50 a 25600.

Lo schermo LCD è stato portato agli attuali standard da 3 pollici e 920000 pixel che è accompagnato da un piccolo schermo sulla parte superiore con le caratteristiche riepilogative. Il mirino ottico ora ha una copertura del 98%, che lo colloca in mezzo fra il 95% di copertura della Nikon D700 ed il 100% della Sony A900.
3b4b77f2bed86753da8107c2b39c9d9c Canon 5D mark II, la prima recensione 0a2af59d578594700048a5bbb14f137d Canon 5D mark II, la prima recensione 2303fd16bcadf74a5f5bc70cb54551a8 Canon 5D mark II, la prima recensione

Il liveview è simile a quello della 50D e della 450D, anche se sembra un po’ complicato abilitarlo dovendo andare a fondo nei menu. In questa modalità l’immagine si può ingrandire fino a 10 volte e la messa a fuoco si attiva usando il nuovo pulsate AF-On.

L’istogramma in tempo reale e la griglia risultano molto utili per una corretta esposizione e composizione. Questa reflex è la seconda a poter registrare filmati dopo la Nikon D90 e la prima ad utilizzare il formato 1080p HD utilizzando il codec H.264.

Purtroppo la dimensione massima dei filmati è di 4 gb, cioè poco meno di 30 minuti, ma che sono probabilmente dovuti ad una limitazione del filesystem utilizzato sui supporti. L’audio invece viene salvato senza alcuna compressione.

AF SENSOR EOS 5D Mark IIAF SENSOR UNIT EOS 5D Mark IICMOS EOS 5D Mark II

Grazie a queste caratteristiche ed alla potenzialità degli obiettivi disponibili si possono realizzare video interessanti come Reverie, magari facendo affidamento a supporti professionali come Zacuto o Redrock.

Anche per la modalità video sembra strano doversi muovere all’interno dei menù e premere svariati tasti per poter abilitare la registrazione. Il sistema di rimozione della polvere del sensore è lo stesso della 50D ed è quindi in grado di rimuovere piccole particelle di polvere, ma non depositi di altro tipo.

Una caratteristica molto utile è la possibilità di effettuare dei micro aggiustamenti al sistema dell’autofocus, prendendo atto che sul mercato ci sono molte lenti che non si comportano in maniera perfetta. In questo modo si evitano i problemi o i costi per farsi cambiare o calibrare l’obiettivo.

DIGIC4 EOS 5D Mark II474910a951534152edd7319ca04f5b69 Canon 5D mark II, la prima recensione 191b0cb84e0174d1f6f0732b2103e840 Canon 5D mark II, la prima recensione

Le conclusioni dell’articolo parlano di una reflex ben fatta, creata per chi ha bisogno di prestazioni professionali, nata dal progetto della 5D a cui ha aggiunto importanti migliorie.

Nella gamma di prezzo poco sopra ai 2000€ la Canon 5D mark II si dovrà confrontare con la Nikon D700 e la Sony A900. Le funzionalità video sono interessanti ed hanno fatto discutere molto online, ma per poter essere veramente sfruttate è necessario un supporto stabile.

Il vero punto di forza è la combinazione di grande definizione e delle prestazioni con poca luce. Probabilmente qualcuno avrebbe preferito ancora meno pixel ed una sensibilità maggiore, ma il risultato della qualità d’immagine non sembra affatto averne risentito.

32da5140800042dbab1abe79997800f3 Canon 5D mark II, la prima recensione 495e51e2d203783d3a0ab41e50450508 Canon 5D mark II, la prima recensione f4ca8ff0190de538db29c65938cb18d9 Canon 5D mark II, la prima recensione

Il rumore rimane molto basso fino ad iso 3200 ed anche oltre le foto restano usabili, riuscendo quindi ad ottenere le stesse prestazioni di Nikon D700 e D3 incrementando anche la risoluzione. Per avere dettagli sulle effettive prestazioni aspettiamo i dati del DxO mark.

Anche se non è la fotocamera definitiva si tratta di un ottimo prodotto ben studiato con ottime caratteristiche in grado di combattere a testa alta contro la concorrenza.

Via | PhotographyBlog

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Abbiamo provato la macchina a ottiche intercambiabili consumer di Canon, una delle top seller assolute del mercato

mercoledì, 10 dicembre 2008

http://media.mytech.it/media/foto/2008/11/14/491da0515fd3c_hp.jpgdi Davide Cerruto – Sagoma

Descrizione
Con l’introduzione della Eos 1000D (la reflex di Canon di fascia più bassa) la Eos 450D non è più la macchina per gli utenti base ma una digireflex un pochino più avanzata ma sempre caratterizzata da estrema maneggevolezza , semplicità d’uso e ottimo rapporto qualità/prezzo. Non per niente è stata premiata ai Tipa Awards 2008 come miglior reflex, non nella categoria Entry Level ma in quella subito successiva delle Dslr Advanced.

La prova

Se la risoluzione è aumentata di 2 Mpixel – da 10,1 a 12,2 effettivi – il peso del corpo macchina della 450D è invece diminuito di 35 grammi, passando da 510 a 475 grammi così come il passaggio dal processore Digic II al Digic III ora consente prestazioni più elevate. Tutte queste migliorie – che non sono le uniche, ad esempio ora c’è un maggiore controllo dell’esposizione e il mirino può visualizzare tutte le informazioni principali, compresa la sensibilità Iso – non stravolgono la struttura vincente consolidata da Canon: macchine semplici e della resa immediata. Comodi in questo senso sono anche i modi scena predefiniti, con in particolare la modalità sport che si è rivelata più performante di quanto ci saremmo aspettati.

Interessanti anche le 6 impostazioni Picture Style (Standard, Ritratto, Paesaggio, Neutro, Fedele, Monocromoatico) permettono di controllare nitidezza, contrasto, tono colore e saturazione garantendo esiti differenti sulle immagini, con effetti che una volta in analogico erano determinati da differenti tipi di pellicole . Il risultato è interessante soprattutto se applicato al formato Raw, che può essere lavorato ulteriormente con il software Digital Photo Professional Canon.

Le prestazioni sono ottime, in particolar modo quelle del Live View da 3” e soprattutto dell’autofocus a 9 punti che si è dimostrato eccellente in un ampio range di situazioni di scatto, e anche la modalità scatti ripetuti è notevole con 3,5 fps alla massima risoluzione. I difetti più evidenti riguardano soprattutto la mancanza di uno stabilizzatore ottico sul sensore e un corpo macchina che, pur solido, non trasferisce quella sensazione di robustezza che si avverte invece impugnando altri modelli della concorrenza.

In sintesi

Una digireflex davvero ben fatta, con un autofocus eccellente e prestazioni ai vertici della categoria, utilizzabile con profitto non solo dai neofiti delle ottiche intercambiabili.


PRO

Autofocus


fonte: mytech.it

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EOS 5D Mark II: quanto costa veramente?

mercoledì, 10 dicembre 2008

0da2fc6f7382f6eb960738d535c7b5f5 EOS 5D Mark II: quanto costa veramente?

Sebbene sia ancora difficile da trovare, la 5D Mark II esiste veramente e a riprova di ciò proprio ieri ci è arrivata in redazione il modello per la prova. In attesa di stressare a dovere la nuova arrivata di casa Canon, per non perdere tempo mentre aspettiamo che la batteria completi il suo primo ciclo di carica, ci siamo messi a curiosare in Rete per capire se esiste effettivamente qualche punto vendita che ha la 5D Mark II in “pronta consegna” e, soprattutto, per scoprire quale sia il prezzo scelto dal mercato per l’esordio di quella che è senza dubbio una delle macchine più attese.

Mentre Canon parla ufficialmente di 2.600 euro di prezzo di listino in Rete, i pochi e-shop italiani che la offrono già si sono posizionati, chi più chi meno, un po’ più basso, con il record della convenienza vinto a mani basse da Redcoon.it che “straccia” la concorrenza con 2.244, 90 euro IVA inclusa, cui vanno aggiunti 9,99 euro per la spedizione e 1,99 di assicurazione. A giudicare dal tempo di attesa di 4 settimane sembrerebbe più che altro che Redcoon.it stia prendendo ordini più che vendendo prodotti che ha a magazzino. A confermare l’impressione che i pallet con le 5D siano ancora fermi in dogana o in chissà quale magazzino logistico, anche il “rigoroso” sito Dell, che rivende le reflex Canon permette già l’acquisto della Mark II ma parla chiaramente di “Materiale in spedizione: 3 o più settimane”. Altri, come l’aggiornatissimo Foto Colombo, molto conosciuto in Lombardia, al momento permette di effettuare una prenotazione ma ad un prezzo che non è ancora noto e compreso tra 2.200 e 2.450 euro. Allargando lo scenario dal solo corpo macchina ai vari kit che abbiamo trovato in Rete, il numero di offerte sale esponenzialmente, ma a conti fatti nessuna riesce a superare in convenienza quella di Redcoon.

Rilevamento prezzi online Canon EOS 5D Mark II – 10.12.08

Sito                    Prezzo    Spedizione     Garanzia Consegna

Genialpix.it            2.257            9                 2 anni          Prodotto in arrivo

Fotodigit.it             2.263           15                2 anni          Prodotto ordinato

ItalSystem.com     2.318          n.d.               2 anni           In arrivo

RedCoon.it            2.245 12                n.d.              4 settimane

Ollo.it                   2.539           12                2 anni           Prodotto in arrivo

Dell                      2.627          n.d.               2 anni           3 settimane

fonte: www.fotoup.net

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Ecco la D3X da 24,5 MP è l’ammiraglia Nikon – www.repubblica.it

lunedì, 1 dicembre 2008

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di ARTURO COCCHI

Ecco la D3X da 24,5 MP è l’ammiraglia NikonLa Nikon D3X
SI CHIAMA D3X, è il regalo di Natale che la Nikon fa ai suoi molti utenti, professionisti e no. Una reflex professionale formato FX – il “full frame” secondo la casa delle storiche fotocamere meccaniche F – con un sensore CMOS da 24,5 megapixel che stabilisce nuovi standard nel campo della fotografia digitale, in particolare per quei fotografi che chiedono altissima definizione di immagine, e che possono scattare in condizioni ideali di luce e/o magari su un cavalletto.

I numerosi fan della casa giallonera l’attendevano da tempo. I “rumors” in rete circolavano da mesi, ma si erano infittiti da una ventina di giorni a questa parte. E’ cominciata a circolare una data: prima 22 novembre, poi 1 dicembre. Buona la seconda, dunque, ed ecco la macchina, che condivide il corpo con l’apprezzatissima D3, presentando caratteristiche ad essa complementari, per posizionarsi in stretta concorrenza con le macchine di medio formato. Il tutto con l’intento di sopravanzare l’ammiraglia della storica rivale giapponese, la Canon Eos 1DS markIII, lanciata ad inizio 2008.

Una fotocamera che fissa nuovi parametri di riferimento, per la combinazione di definizione di immagine, velocità (5 scatti al secondo a risoluzione piena, che diventano 7 se si sceglie di utilizzare la macchina in formato Dx, da 10 megapixel). Brillante anche la velocità di risposta, tempo di avvio di 12 millisecondi, ritardo nello scatto di 0,04 secondi. Veloce ma allo stesso tempo versatile, in quanto capace di lavorare a sensibilità comprese tra 100 e 1600 ISO, con estensoni fino a 50 e 6400. Il sensore ha una matrice comune con quello impiegato nella Sony Alpha A-900, ma supportato da strumenti suoi, dal read-out a 12 canali, alle microlenti con superficie uniforme, sino al sistema di riduzione del rumore “on-chip”. Il tutto per garantire immagini dettagliate, e bassi livelli di rumore, anche alle sensibilità più alte.

Del corredo di questa superammiraglia, fanno parte il sistema autofocus a 51 punti, che consente di inseguire i soggetti in movimento rapido, anche in scarsa illuminazione e la funzione Live View, capace di mostrare in preview, sullo schermo di 3 pollici da 920 mila punti, la messa a fuoco del soggetto che si sta inquadrando, con un ingrandimento 10x. Il corpo macchina in lega di magnesio è perfettamente stagno rispetto a umidità e polvere, e l’otturatore, in kevlar e fibra di carbonio, è testato per resistere a 300mila scatti.

Una macchina che produce file in formato RAW/NEF ino a 50 MB, che con i software View NX, a corredo, o Capture NX2, possono essere sviluppati fino a raggiungere 140 MG su formati TIFF-RGB a 16 bit. Per soddisfare il mercato della pubblicità e della fotografia stock, e di quella pubblicitaria, offrendo una definizione e un range di tonalità da primato.

Una macchina spettacolare ma non per tutti, dunque, neanche tra i professionisti. Perché se è vero che la D3X offre prestazioni da primato, ciò accade solo ed esclusivamente in condizioni ideali: a bocce ferme, o quantomeno potendo utilizzare tempi di scatto rapidi, in condizioni di illuminazione buone, e abbinando la fotocamera a ottiche di alta qualità. Per il reporter costretto a lavorare “a braccio”, a sensibilità elevate, in condizioni di illuminazione scarsa, la D3, o addirittura la D300, si rivelano più indicate.

In ogni caso, affiancando la D3X alla D3, Nikon ha risposto a chi attendeva dalla casa nipponica un segnale forte nella perenne lotta contro la storica rivale Canon. A lungo accusata di restare indietro (l’introduzione del sensore formato 24×36 mm in luogo di quello DX, più piccolo, è avvenuto con una generazione di fotocamere di ritardo), ora Nikon ha 3 macchine “formato pieno” contro le due offerte da Canon, che ha lasciato il sensore “ridotto”, rispetto al tradizonale formato delle reflex a pellicola, sulla 1D Mark III, la professionale per uso reporter-fotografo sportivo – la rivale della D3 per intenderci. Ma soprattutto, la sopravanza nella speciale competizione “a chi offre più pixel”, con 24,5 MP contro 21,6: un numero, questo, che i tecnici sanno non dire tutto, ma che esercita un enorme fascino sull’utenza. Tutto fino alla prossima replica.

Nikon Italia promette i primi pezzi per Natale, ma potrebbero non essere sufficienti a soddisfare una lista d’attesa che si prefigura già lunga. Il prezzo, anch’esso, non sarà per tutti. Si ipotizza intorno ai 7000 euro, con un range di 500 in più o in meno.

(1 dicembre 2008)

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termine fotografia – da wikipedia.it

martedì, 11 novembre 2008

La parola fotografia ha origine da due parole greche: φως (phos) e γραφίς (graphis). Letteralmente quindi fotografia significa scrivere (grafia) con la luce (fotos). Ebbe origine dalla convergenza dei risultati ottenuti da numerosi sperimentatori sia nel campo dell’ottica, con lo sviluppo della camera oscura, sia in quello della chimica, con lo studio delle sostanze fotosensibili. La prima camera oscura fu realizzata molto tempo prima che si trovassero dei procedimenti per fissare con mezzi chimici l’immagine ottica da essa prodotta; le sue prime applicazioni per la fotografia si ebbero con il francese Joseph Nicephore Niepce, al quale viene abitualmente attribuita l’invenzione della fotografia, anche se scoperte recenti suggeriscono che alcuni tentativi ben precedenti, come quelli dell’inglese Thomas Wedgwood[1], potrebbero essere andati a buon fine.

Nel 1813 Niepce iniziò a studiare i possibili perfezionamenti da apportare alle tecniche litografiche e da queste ricerche sviluppò un interesse per la registrazione diretta di immagini sulla lastra litografica, senza l’intervento dell’incisore.

In collaborazione con il fratello Claude, Niepce cominciò a studiare la sensibilità alla luce del cloruro d’argento e nel 1816 ottenne la sua prima immagine fotografica (che ritraeva un angolo della sua stanza di lavoro) utilizzando un foglio di carta sensibilizzato, probabilmente, con cloruro d’argento.

L’immagine, tuttavia, non poté essere fissata completamente, per cui Niepce fu indotto a studiare la sensibilità alla luce di numerose altre sostanze, soffermandosi sul bitume di Giudea che possiede la proprietà di divenire insolubile in olio di lavanda in seguito a esposizione alla luce.

J. N. Niepce: Vista della camera a Le Gras, 1826. Il tempo d’esposizione di 8 ore causa l’impressione che gli edifici siano illuminati dal sole sia da destra sia da sinistra.

Il primo successo con la nuova sostanza fotosensibile risale al 1822, con la riproduzione su vetro di un’incisione che raffigurava papa Pio VII. La riproduzione andò però distrutta qualche tempo dopo e la più antica immagine oggi esistente è una di quelle che Niepce ottenne nel 1826, utilizzando una camera oscura nella quale l’obiettivo era una lente biconvessa, dotata di diaframma e di un rudimentale sistema di messa a fuoco. Alle immagini così ottenute Niepce diede il nome di eliografie.

Nel 1829 fondò con Louis Daguerre, già noto per il suo diorama, una società per lo sviluppo delle tecniche fotografiche. Nel 1839 il fisico François Arago descrisse all’Accademia delle Scienze di Parigi un procedimento messo a punto da Daguerre, che venne chiamato dagherrotipia; la notizia suscitò l’interesse di William Fox Talbot, che dal 1835 sperimentava un procedimento fotografico denominato calotipia, e di John Herschel, il quale sperimentava un procedimento su carta sensibilizzata con sali d’argento, utilizzando un fissaggio a base di tiosolfato sodico.

In questo stesso periodo, a Parigi, Hippolyte Bayard ideò un procedimento originale che faceva uso di un negativo su carta sensibilizzata con ioduro d’argento, dal quale si otteneva successivamente una copia positiva. Bayard fu però invitato, per evitare una concorrenza diretta con Daguerre, a desistere dalla continuazione degli esperimenti.

Lo sviluppo della dagherrotipia fu favorito anche dalla costruzione di apparecchi speciali muniti di un obiettivo a menisco acromatico messo a punto nel 1829 da Charles Chevalier. Tra il 1840 e il 1870 circa si ebbero numerosi perfezionamenti dei processi e dei materiali fotografici:

* nel 1841 Francois Antoine Claudet diede nuovo impulso alla ritrattistica introducendo lastre per dagherrotipia a base di cloruro e ioduro d’argento, che consentivano pose di pochi secondi;
* nel 1851 Frederick Schott Archer ideò il procedimento al collodio che si diffuse al posto della dagherrotipia e della calotipia.
* Tra il 1851 e il 1852 vennero introdotte l’ ambrotipia e la ferrotipia, procedimenti con cui si ottenevano dei positivi apparenti incollando un negativo su lastra di vetro sopra un supporto di carta o panno neri oppure di metallo brunito;
* nel 1857 comparve il primo ingranditore a luce solare a opera di J. J. Woodward;
* nel 1859 R. Bunsen e H. E. Roscoe realizzarono le prime istantanee con lampo al magnesio. Le prime immagini a colori per sintesi additiva si devono a J. C. Maxwell (1861), mentre Louis Ducos du Hauron ottenne le prime immagini a colori mediante sintesi sottrattiva (1869) e R. L. Maddox introdusse un’importante innovazione: le lastre con gelatina animale come legante.
* Infine, nel 1873 H. Vogel scoprì il principio della sensibilizzazione cromatica e realizzò le prime lastre ortocromatiche.

Tecnica [modifica]

Perfezionamento di tecnologie e materiali [modifica]

Ma gli sforzi furono anche indirizzati al perfezionamento dei materiali sensibili, dei procedimenti di sviluppo e degli strumenti ottici. Tra le innovazioni più importanti si ricordano: l’introduzione degli apparecchi fotografici portatili (1880); l’introduzione delle pellicole in rullo, realizzate per la prima volta da G. Eastman inizialmente con supporto in carta (1888) e successivamente con supporto in celluloide (1891).

Nel 1890 F. Hurter e V. C. Driffield iniziarono lo studio sistematico della sensibilità alla luce delle emulsioni, dando origine alla sensitometria. Un considerevole miglioramento delle prestazioni degli obiettivi si ebbe nel 1893, quando H. D. Taylor introdusse un obiettivo anastigmatico (tripletto di Cooke) con sole tre lenti non collate; tale obiettivo fu perfezionato da P. Rudolph nel 1902 con l’introduzione di un elemento posteriore collato e venne prodotto l’anno dopo dalla Zeiss, con il nome di tessar.

Altri progressi si ebbero con l’introduzione del sistema reflex (1928) e degli strati antiriflesso sulle superfici esterne delle lenti (che migliorarono enormemente la trasmissione tra aria e vetro e il contrasto degli obiettivi) e con il processo Polaroid in bianco e nero (che permetteva di ottenere in pochi secondi una copia positiva, utilizzando un apparecchio e una pellicola speciali), introdotto nel 1948 da E. H. Land e successivamente esteso al colore.

Negli anni Sessanta con gli esposimetri incorporati nelle macchine fotografiche ebbe inizio l’epoca degli automatismi: l’evoluzione tecnologica in tale campo fu tale che alla fine degli anni Ottanta, con la miniaturizzazione dei circuiti elettronici, la messa a fuoco e l’esposizione diventano completamente automatiche; inoltre micromotori provvedono al caricamento della pellicola, al suo avanzamento dopo ogni scatto, e al riavvolgimento nel caricatore al termine dell’uso .

Negli anni Ottanta entrarono in produzione macchine per la fotografia digitale che al posto della pellicola avevano un CCD (Charge Coupled Device), lo stesso elemento sensibile delle videocamere.

Questo componente era in grado di analizzare l’intensità luminosa e il colore dei vari punti che costituiscono l’immagine e di trasformarli in segnali elettrici che venivano poi registrati su un supporto magnetico (nastro o disco) che poteva contenere alcune decine di immagini. L’immagine registrata poteva essere immediatamente rivista su un monitor, stampata da un’apposita stampante, o spedita, via cavo o via etere, a qualsiasi distanza.

Macchine di questo tipo venivano usate soprattutto dai fotoreporter, perché permettevano l’immediata trasmissione delle foto ai giornali, che non hanno bisogno di immagini ad alta definizione.

L’inconveniente principale della fotografia elettronica era infatti la scarsa definizione delle immagini, in confronto a quella della fotografia tradizionale. Notevole diffusione ha avuto l’elaborazione elettronica delle immagini fotografiche, che, digitalizzate da uno scanner ad alta definizione, possono essere corrette ed elaborate a piacere (eliminazione di dominanti cromatiche, modifica dei colori, cancellazione e aggiunta di parti di immagine, fino a ottenere fotomontaggi quasi perfetti). L’immagine elaborata viene poi stampata su pellicola, con la stessa definizione dell’originale.

Negli ultimi anni lo sviluppo della fotografia digitale ha avuto implicazioni incredibili sia nella fase di ripresa delle immagini che in quella di riproduzione. Da un lato i sofisticati sistemi di esposizione, messa a fuoco, inquadratura e disponibilità immediata delle immagini in fase di ripresa e dall’altro la loro elaborazione sul computer hanno ridimensionato il lavoro di camera oscura per lo sviluppo del negativo e/o della diapositiva e per la loro stampa. Essa richiedeva lunghe ore al buio, pazienza e risorse economiche, al punto che grandi fotografi utilizzavano spesso laboratori professionali per le loro immagini. Oggi il processo è alla portata di tutti grazie alle immagini digitali che possono essere ritoccate, modificate e trasferite con il computer di casa propria, avvalendosi di programmi di editing e/o fotoritocco e modalità di archiviazione di file anziché di voluminosa carta che hanno in gran parte ridotto la domanda di pellicole e di stampa tradizionale delle foto.

La prima fotografia a colori scattata da Maxwell nel 1861.

Riproduzione dei colori [modifica]

J. T. Seebeck (1810) e J. F. Herschel (1840), E. Becquerel (1848), L. L. Hill (1850) e C. Niepce (1851) erano riusciti a ottenere delle registrazioni instabili di oggetti colorati, probabilmente per un fenomeno di interferenza all’interno dello strato sensibile. Tale fenomeno venne utilizzato da Gabriel Lippmann, in un procedimento messo a punto nel 1891, esponendo attraverso il supporto di vetro una lastra fotografica con l’emulsione a contatto con mercurio.

L’interferenza tra la radiazione incidente e quella riflessa dal mercurio, che fungeva da specchio, faceva sì che l’emulsione rimanesse impressionata a diversi livelli di profondità, la distanza fra i quali era funzione della lunghezza d’onda della radiazione. La lastra, sviluppata e osservata per riflessione, restituiva un’immagine con i colori naturali. Il procedimento di Lippmann, sfruttato commercialmente per qualche anno, fu abbandonato per la difficoltà nella preparazione dei materiali e del loro trattamento.

Nel frattempo James Clerk Maxwell aveva teorizzato i principi della sintesi additiva dei colori e nel 1855 aveva ottenuto i primi risultati incoraggianti, che rese pubblici nel 1861. Nel suo procedimento l’oggetto colorato veniva ripreso su tre diverse lastre attraverso tre filtri di colore blu, verde e rosso; venivano poi ricavate tre diapositive che, proiettate a registro su uno schermo mediante tre proiettori muniti degli stessi filtri usati per la ripresa, riproducevano a colori il soggetto.

Un procedimento simile, che utilizzava i colori blu, giallo e rosso, venne ideato indipendentemente, nel 1862, da Louis Ducos du Hauron, al quale si devono anticipazioni per tutti i procedimenti utilizzati fino a oggi. Nel 1868 egli osservò che un foglio di carta, ricoperto di sottili linee adiacenti di colore blu, verde e giallo, appariva bianco se osservato per trasparenza e grigio se osservato per riflessione e brevettò un procedimento di fotografia a colori basato su questo fenomeno.

Il procedimento venne ripreso in considerazione negli ultimi anni del secolo XIX quando furono disponibili materiali sensibili pancromatici con i quali era possibile effettuare la ripresa attraverso un reticolo di linee o di granuli di colore blu, verde e rosso; in seguito all’inversione dell’immagine in bianco e nero, il complesso immagine-reticolo osservato per trasparenza restituiva i colori originali.

Sfruttando questo principio i fratelli Lumière realizzarono le lastre Autochrome, la cui produzione iniziò nel 1907. Materiali simili vennero prodotti in Germania (Agfacolor) e in Gran Bretagna. Nel 1908 A. K. Dorian propose di sostituire i reticoli colorati con un insieme di minuscole lenti ottenute per goffratura sul lato del supporto opposto a quello su cui era stesa l’emulsione.

Ponendo davanti all’obiettivo un filtro costituito da tre bande colorate, ciascuna lente proiettava tre immagini, che venivano sovrapposte utilizzando un proiettore che montava sull’obiettivo lo stesso filtro usato in ripresa. Su questo principio si basavano i primi materiali Kodacolor, prodotti fino al 1935.

Tutti questi procedimenti non consentivano la produzione di stampe a colori, se non con mezzi tipografici. L’unico a ottenere copie fotografiche su carta fu E. Vallot che nel 1895 aveva ripreso un’idea di Louis Ducos du Hauron, introducendo un procedimento che però, a causa della bassa sensibilità e della scarsa stabilità dei colori, non ebbe successo commerciale. L’era della fotografia a colori moderna iniziò nel 1935 con la pellicola per diapositive Kodachrome, seguita nel 1936 dalla Agfacolor.

La prima richiedeva un trattamento speciale, perché i colori venivano aggiunti nel corso dello sviluppo. Nella seconda, invece, che è stata la capostipite delle moderne pellicole per fotografie a colori su carta, tre strati, sensibili rispettivamente al blu, al verde e al rosso, contenevano anche i coloranti, che davano origine, durante lo sviluppo, a immagini con i colori complementari (giallo, magenta e ciano).

L’immagine riacquistava i colori naturali durante lo sviluppo della copia, stampata su carta il cui strato sensibile aveva una struttura simile. Infine la Ciba, riprendendo il vecchio procedimento di sbianca dei coloranti contenuti nei vari strati dell’emulsione, realizzò il sistema Cibachrome, per la stampa di diapositive.

Chimica [modifica]

Processi con l’alogenuro d’argento [modifica]

Quando si sottopone un alogenuro d’argento all’azione della luce, la radiazione assorbita gli cede l’energia necessaria per scindere il legame tra l’alogeno e il metallo. Il deposito di argento così formato è tanto più denso quanto maggiore è l’intensità dell’illuminazione ed è quindi possibile ottenere con una camera oscura un’immagine negativa del soggetto inquadrato. Tale annerimento diretto dell’alogenuro, detto effetto print-out, è stato il primo metodo utilizzato per ottenere delle immagini agli albori della fotografia, ma aveva l’inconveniente di richiedere tempi di posa lunghissimi.

Fin dai primi tempi della fotografia, però, si scoprì casualmente che non era necessario attendere la formazione di un’immagine visibile sul materiale sensibile: anche dopo una breve esposizione era possibile, con un opportuno trattamento chimico, ottenere un’immagine perfettamente formata. In effetti anche nel corso di una esposizione molto breve si verifica la fotolisi del bromuro d’argento in misura tale da formare un’immagine debolissima, non visibile a occhio nudo (immagine latente), ma sufficiente per provocare un’alterazione delle caratteristiche chimico-fisiche dell’emulsione.

Trattando questa con particolari sostanze (rivelatori) si ottenne la formazione dell’immagine visibile, che risultava costituita da un insieme di granuli d’argento originati dalla riduzione dei singoli cristalli di alogenuro. Sono questi che conferiscono all’immagine la caratteristica struttura granulosa.

Nell’effetto print-out l’energia necessaria per la riduzione dell’alogenuro ad argento metallico è fornita interamente dalla radiazione assorbita dall’emulsione, mentre nel secondo caso la radiazione cede solo la piccola quantità di energia necessaria alla formazione dell’immagine latente.

Il rivelatore fornisce in un secondo tempo la quantità di energia necessaria per portare a termine il processo, con un effetto di amplificazione di circa un milione di volte. Dopo la formazione dell’immagine occorre allontanare l’alogenuro d’argento rimasto inutilizzato (fissaggio), oppure renderlo insensibile alla luce (stabilizzazione).

Il trattamento di un moderno materiale fotografico in bianco e nero richiede quindi un bagno di sviluppo e uno di fissaggio, cui si interpone un lavaggio o un bagno di arresto, e un lavaggio finale prima dell’asciugatura. Il lavaggio finale, estremamente importante per la conservazione dell’immagine, asporta ogni traccia dei prodotti chimici impiegati nel corso del trattamento.

Nei materiali a colori (a eccezione della Kodachrome), la formazione dei coloranti avviene utilizzando uno sviluppo cromogeno che, contemporaneamente alla riduzione del bromuro impressionato, provoca la formazione del colore all’interno di ognuno dei tre strati sensibili sovrapposti. Con i procedimenti accennati si ottiene sempre un’immagine negativa rispetto all’originale usato per la ripresa o la stampa.

È possibile ottenere direttamente delle immagini positive mediante un procedimento di inversione nel corso del quale si distrugge l’immagine negativa e se ne forma una positiva utilizzando l’alogenuro d’argento non impressionato nel corso dell’esposizione. La distruzione della negativa avviene per mezzo di un bagno di sbianca che, nel colore, ha anche la funzione di liberare i coloranti dal deposito opaco d’argento che li maschera.

Il sempre crescente aumento del costo dell’argento ha portato, da un lato, una notevole diffusione dei procedimenti di ricupero di questo dai bagni di fissaggio, che possono contenere diversi grammi d’argento per litro, e, dall’altro lato, ha favorito lo sviluppo di procedimenti nuovi o non tradizionali. Poiché i materiali a sviluppo cromogeno consentono il recupero totale dell’argento, sono state introdotte pellicole a sviluppo cromogeno anche in bianco e nero.

Processi senza argento [modifica]

Fin dai primi tempi della fotografia si tentò di impiegare delle sostanze fotosensibili senza argento, per esempio la carta al ferroprussiato, usata per la riproduzione di disegni tecnici (cianografia), ma senza grandi successi. Altri procedimenti di stampa, introdotti nel 1850, furono quelli alla gomma e al pigmento, applicati specialmente nel rotocalco.

Tra gli altri procedimenti un tempo applicati o di più recente applicazione si ricordano:

* la termografia, che si basa sulla proprietà di svariate sostanze di annerire, fondere o subire altre trasformazioni se sottoposte a riscaldamento;
* l’elettrografia, il cui principio fu indicato nel 1935 da P. Selenyi e che ha avuto uno sviluppo eccezionale nel campo della fotoriproduzione di documenti (in particolare la xerografia);
* la fotopolimerizzazione, che sfrutta la proprietà della luce di provocare la polimerizzazione di molte sostanze;
* il procedimento Kalvar, usato per la produzione di microfilm e di positivi cinematografici, nel quale l’esposizione alla luce provoca la decomposizione di una sostanza fotosensibile incorporata in uno strato plastico con liberazione di bollicine di gas, che rendono opaco lo strato;
* la fotocromia, che si basa sulla proprietà di alcune sostanze di cambiare colore sotto l’azione della luce.

Una delle maggiori difficoltà connesse con l’introduzione di nuovi sistemi fotosensibili era costituita dalla scarsa efficienza con cui, in generale, veniva registrata l’immagine. L’unico sistema che presenta un fattore di amplificazione paragonabile a quello basato sugli alogenuri d’argento è la fotopolimerizzazione, mentre gli altri possiedono una capacità di amplificazione molte migliaia di volte inferiore. Nei sistemi fotografici tradizionali, gli alogenuri d’argento non impressionati vengono asportati nel bagno di fissaggio oppure, nel processo di inversione, vengono utilizzati per formare un’immagine positiva sul medesimo supporto.

Processi per le istantanee [modifica]

Diversi sono i processi diffusivi nei quali l’alogenuro non impressionato viene trasformato in un sale solubile che diffonde dal negativo verso un supporto sul quale viene ridotto ad argento metallico dando luogo alla formazione dell’immagine positiva. Questo procedimento, descritto per la prima volta nel 1939 e utilizzato inizialmente per materiali da fotoduplicazione, consente la cosiddetta fotografia istantanea. Le prime applicazioni pratiche si ebbero nel 1948 con il sistema Polaroid in bianco e nero che permetteva di ottenere una positiva in soli 15 secondi; in seguito fu messo a punto un analogo sistema per le positive a colori ottenibili in circa un minuto.

Nel procedimento a colori il negativo è costituito da tre strati di emulsione sensibili alla luce blu, verde e rossa, ai quali sono intercalati altrettanti strati contenenti tre diversi rivelatori di colore rispettivamente giallo, magenta e blu-verde.

Un apparecchio modello anni settanta per immagini fotografiche di rapido sviluppo esposto al Museo d’Arte Contemporanea Villa Croce di Genova

Dopo l’esposizione il negativo viene portato a contatto con il supporto destinato a ricevere l’immagine positiva; tra i due si trova un sottile velo di attivatore alcalino. In presenza dell’attivatore i rivelatori colorati, contenuti nello strato sviluppatore, riducono il bromuro esposto e rimangono così immobilizzati nello strato sensibile.

I rivelatori che non hanno reagito, invece, diffondono attraverso il negativo e lo strato di attivatore fino a raggiungere il supporto, dove si fissano.

Nel 1976 la Kodak lanciò un suo sistema di fotografia istantanea, che, dopo una lunga serie di controversie legali, fu ritirato dal commercio perché violava alcuni brevetti Polaroid.

Quest’ultima, nel 1985 presentò una pellicola per diapositive, sia in bianco/nero che a colori, a sviluppo istantaneo; essa non richiedeva macchine speciali, ma poteva essere esposta con qualsiasi macchina che utilizzasse le normali pellicole 135 (formato 24 x 36 mm).

La pellicola a colori, chiamata Polachrome, è in realtà una pellicola in bianco/nero, filtrata, sia in ripresa che in proiezione, da un fitto reticolo di linee blu, verde e rosso (secondo il principio già sfruttato dai fratelli Lumière con le lastre Autochrome). Lo sviluppo viene effettuato sull’intera pellicola, in un apparecchietto che stende su di essa i prodotti chimici racchiusi in un contenitore venduto insieme alla pellicola.

Anche la pellicola per stampe a colori immediate è stata notevolmente perfezionata dalla Polaroid: è stato eliminato il negativo (che doveva essere gettato, insieme ai residui dei prodotti chimici di sviluppo), e la sensibilità è stata aumentata a 600 ASA. Lo sviluppo avviene in piena luce, in circa 90 secondi. Alcune pellicole a sviluppo immediato (in bianco e nero e a colori) possono essere utilizzate, per mezzo di un apposito accessorio, anche su molti apparecchi professionali e su apparecchiature scientifiche: esse danno copie formato 8,3 x 10,8 cm, spesso usate per controllare la distribuzione delle luci e delle ombre prima dello scatto definitivo su pellicola tradizionale.

Applicazioni scientifiche [modifica]

Generalità [modifica]

La fotografia si è rivelata un elemento di sempre maggiore utilità nell’indagine scientifica: essa offre infatti la possibilità di registrare fenomeni che non possono essere osservati direttamente, come per esempio quelli che si verificano in tempi brevissimi (fotografia ultrarapida), quelli che avvengono su scala microscopica, quelli che interessano regioni molto vaste della Terra o dello spazio (fotografia aerea, orbitale, astronomica), quelli legati a radiazioni non visibili, ecc.

Tra le più importanti applicazioni della fotografia in campo scientifico, si ricordano la fotografia ultrarapida e stroboscopica, la fotografia stereoscopica, la fotografia nell’infrarosso e nell’ultravioletto, la fotografia aerea e orbitale, la fotografia astronomica.

Fotografia ultrarapida e stroboscopica [modifica]

Già nel 1851 W. H. F. Talbot, utilizzando come fonte di luce la scintilla provocata dalla scarica di una serie di bottiglie di Leida, riuscì a realizzare delle immagini con un tempo di posa dell’ordine del milionesimo di secondo. Questa tecnica venne dapprima applicata alla balistica e le prime immagini di un proiettile in volo risalgono al 1885 e sono dovute a Ernst Mach; nel 1896 si osservò per la prima volta l’onda d’urto che si propaga insieme a un proiettile che si muove a elevata velocità.

Nel 1930 H. Edgerton iniziò uno studio sistematico delle possibilità della fotografia ultrarapida, dedicandosi particolarmente al perfezionamento delle sorgenti di luce e utilizzando in modo particolare il flash elettronico. In effetti gli otturatori meccanici non consentono tempi di posa inferiori a qualche frazione di millesimo di secondo, che permettono la ripresa solamente di oggetti in movimento relativamente lento.

Le riprese ultrarapide richiedono quindi l’impiego di sorgenti che emettono lampi di luce particolarmente brevi e intensi senza l’impiego di otturatori, oppure utilizzando otturatori speciali. Con questi sistemi si ottengono normalmente tempi di posa dell’ordine del decimilionesimo di secondo e si possono raggiungere i 5 nanosecondi. Utilizzando per l’illuminazione una serie di lampi di luce in rapida successione si ottiene sul negativo una serie di immagini in posizione diversa. È questo il principio su cui si basa la fotografia stroboscopica, utilizzata per l’analisi dei movimenti.

Fotografia stereoscopica [modifica]

La fotografia riproduce gli oggetti su una superficie piana e l’illusione della profondità è data esclusivamente dalla prospettiva e dal chiaroscuro. È però possibile riprodurre l’effetto della visione binoculare osservando separatamente con i due occhi due immagini riprese da punti posti a distanza pupillare. Le prime immagini stereoscopiche sono dei dagherrotipi del 1842. La fotografia stereoscopica viene utilizzata prevalentemente per fini cartografici.

Fotografia nell’infrarosso e ultravioletto [modifica]

Fotografia nell’infrarosso del Palazzo ENI e del Laghetto dell’EUR a Roma

Gli alogenuri d’argento possiedono una sensibilità naturale che si estende nelle zone dell’ultravioletto e del blu ed è limitata solo dall’assorbimento dell’obiettivo, della gelatina e dell’aria. I comuni obiettivi fotografici trasmettono l’ultravioletto fino a circa 320 nm, limite oltre il quale occorre usare obiettivi con lenti in quarzo o fluorite, che trasmettono fino a circa 120 nm. Peraltro, al di sotto dei 200 nm diviene sensibile l’assorbimento dell’aria, per cui occorre operare in atmosfera d’azoto o, meglio, nel vuoto.

Per evitare la perdita di sensibilità dovuta all’assorbimento della gelatina, si usano emulsioni con concentrazione di bromuro d’argento molto elevata. Oltre che per la ripresa diretta di immagini, la radiazione ultravioletta viene spesso impiegata per eccitare la fluorescenza degli oggetti da fotografare nel campo del visibile. In questo caso si antepone all’obiettivo un filtro che blocchi la radiazione ultravioletta riflessa dal soggetto trasmettendo invece la fluorescenza visibile.

La ripresa viene effettuata con un comune materiale in bianco e nero o, più spesso, a colori, a causa della vivacità dei colori di fluorescenza. All’altra estremità dello spettro visibile, la radiazione infrarossa non viene assorbita dagli alogenuri d’argento e non è quindi in grado di impressionare le emulsioni fotografiche.

Particolari sensibilizzatori cromatici possono però rendere sensibili i materiali fotografici anche alla radiazione infrarossa fino a circa 850 nm. L’impiego di filtri particolari consente di limitare la trasmissione della radiazione visibile, cui il bromuro d’argento è sensibile, fino a eliminarla completamente con l’impiego di filtri neri. Esistono anche materiali a colori con uno strato sensibile all’infrarosso, registrato con un colore convenzionale.

Le riprese nell’infrarosso e nell’ultravioletto interessano principalmente i campi dell’astrofisica, spettroscopia, mineralogia, criminologia, storia dell’arte, biologia, medicina, prospezione aerea del suolo, grafoscopia.

Fotografia aerea e orbitale [modifica]

Immagine ripresa dall’Apollo 17

La fotografia aerea è la tecnica di indagine del terreno che si serve di macchine fotografiche installate a bordo di aeromobili. Trova applicazioni nel campo della ricognizione archeologica, delle ricerche geologiche, in agricoltura per ricavare informazioni sulla natura dei terreni e sull’estensione delle colture, in campo militare per ottenere informazioni su obiettivi strategici.

La fotografia orbitale permette la ripresa di immagini da altezze molto superiori a quelle proprie della fotografia aerea, della quale costituisce un’estensione, mediante apparecchi posti su veicoli spaziali in orbita intorno alla Terra. Tra le sue varie applicazioni si ricordano le indagini meteorologiche, le ricerche sull’inquinamento dei mari, sulle risorse della Terra. Queste applicazioni sono sempre più raffinate anche grazie allo sviluppo e all’incrocio di diverse tecniche di ripresa fotografica digitale incrociate con altri sistemi di rilevazione come il radar.

Esempio di ciò è il satellite Envisat, messo in orbita dall’ESA (Agenzia Spaziale Europea) che grazie all’incrocio dei dati prodotti dai suoi undici strumenti permette la realizzazione di immagini satellitari utili per lo studio di fenomeni come la desertificazione, l’eutrofizzazione dei mari e i cambiamenti climatici.

Fotografia astronomica [modifica]

Immagine dell’ammasso delle Pleiadi
Per approfondire, vedi la voce astrofotografia.

Consiste nella registrazione fotografica delle immagini dei corpi celesti. Tale tecnica presenta diversi vantaggi rispetto all’osservazione diretta perché l’emulsione fotografica, esposta per un tempo sufficientemente lungo, viene impressionata anche da radiazioni visibili di intensità troppo debole per poter essere percepite dall’occhio umano anche con l’aiuto di potenti telescopi. Il metodo prevede appositi sistemi di inseguimento che compensano la rotazione della terra e la conseguente rotazione apparente della volta celeste. In assenza di questi si ottengono effetti artistici con conseguente strisciata, centrata a nord, degli astri, o ci si limita a brevi esposizioni a basso ingrandimento.

Inoltre l’uso di emulsioni particolarmente sensibilizzate permette lo studio di corpi celesti che emettono radiazioni comprese in zone dello spettro luminoso in corrispondenza delle quali l’occhio umano non è sensibile. In tempi più recenti sono stati usati anche sistemi digitali, basati su CCD o CMOS, raffreddati a bassissime temperature per diminuire il rumore elettronico. Tramite l’uso di filtri interferenziali, è anche possibile ottenere fotografie solo alla luce di alcune righe spettrali, ottenendo quindi informazioni sulla composizione della sorgente.

Fotomicrografia [modifica]

Cellule viste al microscopio confocale, fluorescenti con due differenti fluorocromi
Per approfondire, vedi la voce Fotomicrografia.

Consiste nella registrazione fotografica delle immagini di soggetti piccolissimi, nel caso di microscopia ottica nell’ordine dei micron. Anche qui tale tecnica presenta diversi vantaggi rispetto all’osservazione diretta perché l’emulsione fotografica, esposta per un tempo sufficientemente lungo, viene impressionata anche da radiazioni visibili di intensità troppo debole per poter essere percepite dall’occhio umano specialmente in caso di tecniche in fluorescenza, dell’arresto tramite tempi di esposizione brevi di soggetti molto rapidi (protozoi in vivo), eccetera.

Arte [modifica]

La fotografia cominciò ad acquistare autonomia agli inizi del sec. XX, mentre le polemiche sui rapporti con l’arte, in seguito indagati con acutezza da W. Benjamin, erano vivacissime. In merito alla diatriba, sempre attuale, una distinzione si può fare tra la fotografia come strumento e la fotografia come linguaggio. Nel primo caso si sfruttano in quanto tali le possibilità di riproduzione meccanica delle immagini, nel secondo queste stesse possibilità vengono utilizzate a fini documentaristici ed espressivi.

Quindi da un lato si possono annoverare i processi di fotoriproduzione, utilizzati nei settori più diversi, dalla fotomeccanica alla spettroscopia, dall’altro tutte le utilizzazioni della fotografia per una descrizione, a diversi livelli di obiettività, di fenomeni scientifici, di avvenimenti, di realtà sociali o di altri valori umani, figurativi e astratti.

In opposizione ai concetti della foto d’arte, con tutto il corollario dei trucchi di mestiere, operò agli inizi del sec. XX Alfred Stieglitz, capo del gruppo americano Photo-Secession, esaltando le riprese immediate con piccoli apparecchi portatili alla ricerca dell’illusione di realtà, cercando il cubismo nella natura (soggetti disumanizzati, riproduzione del ritmo nella ripetizione di elementi base, sovrapposizioni, ecc.).

Dal canto suo il tedesco A. Renger-Patzsch, in polemica con le tesi della Photo-Secession sostenne, parafrasando Spinoza, che la bellezza del mondo dipendeva dall’immaginazione dell’uomo e quindi anche dalla scelta che l’obiettivo faceva del particolare.

Una terza tesi veniva proposta da A. G. Bragaglia, teorizzata nel volume Fotodinamismo futurista (1911), da fotografi come l’americano A. Coburn, lo svizzero C. Schad, l’ungherese László Moholy-Nagy (del Bauhaus), lo statunitense Man Ray, l’italiano L. Veronesi che, proclamando l’importanza essenziale della “ricerca” riaffermavano o giungevano all’astrattismo.

Fu questo il punto di partenza di ogni avventura e sperimentazione fotografica successiva, testimoniate dall’attività di gruppi come Fotoform (1949), dalle foto di movimento di Gjon Mili, dalla scuola della candid photography e da tutti gli sperimentatori fluttuanti dalla ricerca del vero alla sensazione, dal documento alla realizzazione d’arte. Un cenno meritano le fotografie di moda e di pubblicità, che adattano alle specifiche funzioni il patrimonio finora acquisito, trasfondendo nell’immagine, con la suggestione creativa, il potere o la ricerca della persuasione.

Un’evoluzione ulteriore della fotografia è la multivisione, basata sulla proiezione di diapositive in dissolvenza incrociata, spesso con un accompagnamento musicale. Questa tecnica è utilizzata spesso a scopi didattici o pubblicitari, ma la forte componente creativa e poetica del mezzo fotografico ha ispirato la creazione in multivisione di autentiche opere d’arte.

Diritto [modifica]

Logo indicante un lavoro protetto da Copyright

Il diritto d’autore considera fotografie ai fini della tutela relativa “le immagini di persone o di aspetti, elementi o fatti della vita naturale e sociale ottenute col procedimento fotografico o con processo analogo”.

Spetta al fotografo, salvo deroghe relative ai ritratti fotografici, il diritto esclusivo di riproduzione, diffusione e vendita. Tuttavia se l’opera è stata ottenuta nel corso e nell’adempimento di un contratto d’impiego o di lavoro, il diritto esclusivo spetta al datore di lavoro. La durata del diritto sulla fotografia è di venti anni.

Il diritto tutela anche la privacy del soggetto fotografato. Infatti, è permessa la diffusione di fotografie senza il permesso del soggetto solo nel caso di personaggio pubblico, inteso come persona che, per lavoro o carica istituzionale, è noto al pubblico, o nel caso la persona sia ritratta nel corso di eventi aperti al pubblico (ad esempio se una persona partecipa ad una manifestazione sportiva). Negli altri casi, il fotografo titolare dell’opera deve ottenere il permesso (chiamato liberatoria) alla pubblicazione (intesa anche come esposizione ad una mostra) da parte del soggetto.

Sono particolarmente interessanti le argomentazioni pro e contro la libertà dell’arte, particolarmente per quanto riguarda le foto prese per strada per documentare la vita di una città. la controversia esposto

Voci correlate [modifica]

* Aberrazioni
* Astrofotografia
* Associazione fotografi
* Bracketing
* Camera oscura
* Circoli Fotografici
* Dagherrotipo
* Diapositiva
* Fotografi
* Fotografia cinematografica
* Fotografia d’arte
* Fotografia digitale
* Fotocamera digitale
* Fototeca di Sardegna
* Raw (fotografia)
* Fotografia documentaria
* Fotografia glamour
* Fotografia naturalistica
* Fotografia panoramica
* Fotoup
* Fotografia istantanea (Polaroid)
* Fotografia subacquea
* Lomografia
* Luce inattinica
* Macchina fotografica
* Macrofotografia
* Multivisione
* Photocrossing
* Prospettiva (geometria descrittiva)
* Telefoto
* Effetto flou

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