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Articoli marcati con tag ‘la natura’

J Bennett Fitts

giovedì, 21 maggio 2009
listen it it J Bennett Fitts

pubblicato da naomi in: Giovani fotografi

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Possiamo suddividere il lavoro di questo giovane fotografo americano in due grandi tipologie, le immagini di paesaggio e le fotografie legate a dettagli e texture di luoghi suburbani. J Bennett Fitts esplora infatti questo tipo di realtà, fatta da paesaggi naturali artificiosi, dove l’uomo interviene per plasmare a suo piacimento e per le sue necessità la natura circostante.

In ogni sua serie svolge una analisi metodica e ordinata di alcune realtà della vita suburbana, passando da paesaggi più artificiosi come le piscine a paesaggi più naturalizzati ma sempre “controllati” dall’uomo, come i campi da golf. La sua analisi si sposta anche in dettagli ornamentali di esterni di case, come le statuette da giardino, fino ad avvicinarsi sempre più alle texture di muri o altri elementi urbani sia in interni che in esterni.

Consiglio in modo particolare di vedere le serie No Lifeguard On Duty, Golf e, nella sezione Images of the center of the contiguous United States, le serie Exteriors, Lawn Ornaments e Contextual Images.

Via | booooooom

Foto di J Bennett Fitts

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Alessandro Lanzetta – In assenza

venerdì, 27 marzo 2009
listen it it Alessandro Lanzetta   In assenza

d1b1494c42f11a7d10f22148425f5819 Alessandro Lanzetta   In assenza

Vernissage venerdì 3 aprile 2009 alle ore 18.30
Visitabile fino all’8 maggio 2009

Laboratorio Fotografico Corsetti
Via dei Piceni 5/7
00185 Roma

Il sacrificio restituisce al mondo sacro ciò che l’uso servile ha degradato. (Georges Bataille)

In assenza è frutto di una lunga ricerca antropologica e architettonica. Il lavoro di Alessandro Lanzetta si sviluppa dall’osservazione del paesaggio urbano e del suo rapporto con le persone, i suoi abitanti, attraverso i quali la vera natura dei luoghi viene svelata e realizzata. L’autore, fotografo e architetto, si è mosso alla ricerca di tracce antropiche nel territorio metropolitano e si è soffermato proprio dove l’umano è assente. È l’assenza, infatti, che consente al rimosso di tornare alla luce, come durante una seduta di psicoanalisi.

Come sottolineava Bataille, ogni cosa ha un doppio uso, un uso alto, nobile, idealista, formale e un uso basso, informale e a volte disgustoso. È questa seconda natura che è indispensabile, quella che nelle necessità stringenti ha più peso, che trascina l’altra metà nella sua caduta liberatoria. Questa degradazione è come il sacrificio, che attraverso una alterazione allucinata della realtà conduce cruentamente al suo opposto: il Sacro.
La mostra è composta di undici immagini b/n e di una immagine a colori.

Alessandro Lanzetta, architetto e fotografo, nasce a Roma nel 1970. È docente in Progettazione architettonica e Progettazione del Paesaggio presso la facoltà di Architettura “Ludovico Quaroni” dell’Università La Sapienza di Roma. È redattore delle riviste Gomorra-Territori e culture della metropoli contemporanea e del magazine digitale Archphoto. Dal 2004 fa parte dell’associazione culturale Plug-in. Ha svolto attività di collaborazione con vari studi professionali e gruppi di ricerca tra cui Stalker, Altro_studio, Massimo Ilardi. È stato membro del Mo’ studio di Roma con il quale ha allestito la mostra “La grande ét@gère” a cura di Yves Nacher e Gaelle Lissillour alla Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo 1998-1999, e attualmente fa parte dello studio AAvv creative engineering con il quale svolge attività di progettazione architettonica. Come fotografo lavora sul paesaggio e sull’architettura. Sue fotografie sono state pubblicate su riviste di architettura e pubblicazioni inerenti il tema della metropoli. Tra le sue mostre, la personale Litorali Opachi alla Galleria Studio Lipoli & Lopez e le collettive Residential Area in Kivelänränta, Jyväskylä presso il Museum of Central Finland di Jyväskylä, Finlandia e L’Utopia Praticabile – 6 Ipertesti Metropolitani al Museo Hans Christian Andersen di Roma.

Il Laboratorio Fotografico Corsetti rappresenta la naturale prosecuzione del Laboratorio Fotografico Bassi e Corsetti, fondato nel 1971, che per anni ha rappresentato un punto di riferimento per i professionisti italiani e stranieri. Il laboratorio è anche uno spazio espositivo e polifunzionale dove vecchie e nuove generazioni della fotografia possono incontrarsi e confrontarsi con workshop, mostre e conferenze.

CONTATTI

Laboratorio Fotografico Corsetti
Tel. 06 64503493
info@corsettilab.com
www.corsettilab.com

Orari: lunedì – venerdì 8,30 – 12,30 / 15 – 19

Ingresso libero

MOSTRA FOTOGRAFICA EMOZIONI ARGENTINE

mercoledì, 25 febbraio 2009
listen it it MOSTRA FOTOGRAFICA  EMOZIONI ARGENTINE

La fotografa tarantina Anna Svelto presenta presso l’Auditorium dell’Ambasciata della Repubblica Argentina a Roma in Via Veneto 7 – 2° piano la mostra EMOZIONI ARGENTINE.
Il vernissage è il 4 marzo 2009.
La mostra sarà aperta al pubblico fino al 31 marzo 2009 dalle ore 14 alle 18.30 dal lunedì al venerdì.
40 scatti di un incontro inatteso che ha suscitato sentimenti molto intensi. Argentina: terra meravigliosa dove la natura ha saputo creare paesaggi e scenari straordinari; mondo lontano che incontra il nostro stupore anche attraverso visioni infinite.
Patagonia, Buenos Aires, Iguazu raccontate in questo viaggio dell’anima pieno di grandi emozioni da testimoniare e condividere.

12.02.09 – Naturalmente Foto

domenica, 15 febbraio 2009
listen it it 12.02.09   Naturalmente Foto

Prende il via il progetto Naturalmente Foto con il primo Workout di Fotografia Naturalistica in programma il 21 febbraio prossimo alle Oasi di Sant’Alessio con Vialone (PV), una delle strutture più attive e interessanti tra quelle impegnate nella conservazione e nel ripopolamento faunistico nel nord Italia.
L’iniziativa è nata da un’idea di Claudia Rocchini, appassionata di fotografia naturalistica e collaboratrice di FotoUp e del mensile Fotografia Reflex, che ha raccolto le sollecitazioni di numerosi appassionati di fotografia naturalistica presenti in Rete e in particolare dei Gruppi Oasi di Sant’Alessio e NGI – National Geographic by Italian People.

Il workout è una via di mezzo tra il workshop classico e il fotoshooting ed è la formula emersa dall’incontro con i responsabili delle Oasi che si sono resi disponibili, oltreché ad ospitare l’iniziativa, a contribuire alla formazione “biologica” del fotografo, come spiega Harry Salamon, fondatore delle Oasi di Sant’Alessio: “La formazione del fotografo naturalista a mio avviso non può comprendere il solo lato tecnico e non può prescindere anche da una preparazione culturale più ampia che gli permetta di raccontare meglio non solo le specie ma anche il contesto un cui vivono, sia che si tratti di un’oasi come al nostra, sia della natura selvaggia. I nostri animali non sono qui per farsi fotografare ma per partecipare “inconsapevolmente” a progetti finalizzati alla reintroduzione in natura. Argomenti che a mio avviso offrono anche nuove opportunità per raccontare la natura al di fuori di schemi che, anche da un punto di vista iconografico, rischiano con il tempo di diventare veri e propri cliché, cartoline”.

Nel programma delle attività, oltre ai diversi contributi da parte dei biologi dell’Oasi che spiegheranno sia l’approccio corretto, ossia quello meno invasivo, sia le nozioni fondamentali di etologia delle principali specie, è prevista ovviamente una parte di natura più strettamente fotografica e mirata all’apprendimento di una serie di tecniche e consigli, sia di carattere generale, sia di carattere specifico nelle aree tematiche del reportage e della foto naturalistica.
Infine, oltre alle nozioni tecniche, Stefano Meluni (La Presse) e Amedeo Novelli (FotoUp) si occuperanno di spiegare altri aspetti molto importanti nella realizzazione di un servizio e che riguardano sia la post-produzione sia il montaggio analogico delle sequenze ritratte.

Clicca qui per Programma e Iscrizioni

Crossing Borders al Fotocineclub Sambenedettese

mercoledì, 21 gennaio 2009
listen it it Crossing Borders al Fotocineclub Sambenedettese

062c8a386132e956ce99d1de35e06b57 Crossing Borders al Fotocineclub SambenedetteseIncontri con l’Autore al Fotocineclub Sambenedettese: Raffaella Milandri

Venerdì 23 gennaio 2009 alle 21,30 si terrà  al Fotocineclub “Crossing borders”,
proiezione di foto di Raffaella Milandri, viaggiatrice in solitaria e fotografa.
Le foto saranno un interessante estratto di 4 reportages: Alaska, India, Nepal e Giappone.
“Ogni foto è un’emozione, e da questi Paesi così diversi ho riportato sensazioni completamente diverse:
la forza della Natura in Alaska, la condizione dell’uomo in India,
l’influenza della politica  in Nepal e la unicità della cultura giapponese
Attraverso le foto , questo vuole essere un invito ad una empatia reale e profonda con questi popoli e Paesi
così distanti da noi. ”
Prosegue l’artista: ” Ho dovuto annullare il viaggio in Nagaland . La regione è considerata
a rischio e non rilasciano i permessi necessari a viaggiatori soli e indipendenti”
Figuriamoci ad una donna sola-
hanno commentato spocchiosamente
alcuni suoi corrispondenti indiani.

“Sto valutando  il Tibet, sto chiedendo i permessi necessari.
Una amica, monaca tibetana , Kunsang, mi ha invitato nel suo monastero.”

Raffaella Milandri
Via N. Sauro 50 SBT
Per comunicazioni e contatti 0735 760211/335 6126630
Email info@europrinters.it

26f3c139ec0ef32fa6846a2a32c40cf8 Crossing Borders al Fotocineclub Sambenedettese

Il sensore della Nikon D3X e Sony

mercoledì, 10 dicembre 2008
listen it it Il sensore della Nikon D3X e Sony

c45d236a69ac3ee4e803f9717c47b1ba Il sensore della Nikon D3X e Sony

Dall’annuncio della Nikon D3X sono state avanzate tante ipotesi sulla natura del sensore e dove venisse fabbricato.

Finalmente l’azienda ha fatto un po’ di luce affermando che il sensore è fabbricato da Sony, ma è stato sviluppato con un design unico ed espressamente per la D3X e che quindi non si tratta del sensore della Sony A900.

Il testo completo dopo il salto:

The Nikon D3X’s 24.5-megapixel FX-format (35.9 x 24.0mm) CMOS sensor was developed expressly for the D3X in accordance with Nikon’s stringent engineering requirements and performance standards, with final production executed by Sony. Featuring refined low-noise characteristics, 12 and 14 bit output, Live View capability and more, the D3X’s unique sensor design was carefully blueprinted to perform in perfect concert with proprietary Nikon technologies including EXPEED Image Processing and the Scene Recognition System. Meticulous efforts allowed the sensor to become one of the many essential components and technologies which contribute to the D3X’s superior image fidelity.

Via | RobGalbraith

 Il sensore della Nikon D3X e Sony

 Il sensore della Nikon D3X e Sony  Il sensore della Nikon D3X e Sony

 Il sensore della Nikon D3X e Sony

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proiezione fotografica “Basta la Natura”

lunedì, 1 dicembre 2008
listen it it proiezione fotografica “Basta la Natura”

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Febbraio [...]

Articolo completo Qui

termine fotografia – da wikipedia.it

martedì, 11 novembre 2008
listen it it termine fotografia   da wikipedia.it

La parola fotografia ha origine da due parole greche: φως (phos) e γραφίς (graphis). Letteralmente quindi fotografia significa scrivere (grafia) con la luce (fotos). Ebbe origine dalla convergenza dei risultati ottenuti da numerosi sperimentatori sia nel campo dell’ottica, con lo sviluppo della camera oscura, sia in quello della chimica, con lo studio delle sostanze fotosensibili. La prima camera oscura fu realizzata molto tempo prima che si trovassero dei procedimenti per fissare con mezzi chimici l’immagine ottica da essa prodotta; le sue prime applicazioni per la fotografia si ebbero con il francese Joseph Nicephore Niepce, al quale viene abitualmente attribuita l’invenzione della fotografia, anche se scoperte recenti suggeriscono che alcuni tentativi ben precedenti, come quelli dell’inglese Thomas Wedgwood[1], potrebbero essere andati a buon fine.

Nel 1813 Niepce iniziò a studiare i possibili perfezionamenti da apportare alle tecniche litografiche e da queste ricerche sviluppò un interesse per la registrazione diretta di immagini sulla lastra litografica, senza l’intervento dell’incisore.

In collaborazione con il fratello Claude, Niepce cominciò a studiare la sensibilità alla luce del cloruro d’argento e nel 1816 ottenne la sua prima immagine fotografica (che ritraeva un angolo della sua stanza di lavoro) utilizzando un foglio di carta sensibilizzato, probabilmente, con cloruro d’argento.

L’immagine, tuttavia, non poté essere fissata completamente, per cui Niepce fu indotto a studiare la sensibilità alla luce di numerose altre sostanze, soffermandosi sul bitume di Giudea che possiede la proprietà di divenire insolubile in olio di lavanda in seguito a esposizione alla luce.

J. N. Niepce: Vista della camera a Le Gras, 1826. Il tempo d’esposizione di 8 ore causa l’impressione che gli edifici siano illuminati dal sole sia da destra sia da sinistra.

Il primo successo con la nuova sostanza fotosensibile risale al 1822, con la riproduzione su vetro di un’incisione che raffigurava papa Pio VII. La riproduzione andò però distrutta qualche tempo dopo e la più antica immagine oggi esistente è una di quelle che Niepce ottenne nel 1826, utilizzando una camera oscura nella quale l’obiettivo era una lente biconvessa, dotata di diaframma e di un rudimentale sistema di messa a fuoco. Alle immagini così ottenute Niepce diede il nome di eliografie.

Nel 1829 fondò con Louis Daguerre, già noto per il suo diorama, una società per lo sviluppo delle tecniche fotografiche. Nel 1839 il fisico François Arago descrisse all’Accademia delle Scienze di Parigi un procedimento messo a punto da Daguerre, che venne chiamato dagherrotipia; la notizia suscitò l’interesse di William Fox Talbot, che dal 1835 sperimentava un procedimento fotografico denominato calotipia, e di John Herschel, il quale sperimentava un procedimento su carta sensibilizzata con sali d’argento, utilizzando un fissaggio a base di tiosolfato sodico.

In questo stesso periodo, a Parigi, Hippolyte Bayard ideò un procedimento originale che faceva uso di un negativo su carta sensibilizzata con ioduro d’argento, dal quale si otteneva successivamente una copia positiva. Bayard fu però invitato, per evitare una concorrenza diretta con Daguerre, a desistere dalla continuazione degli esperimenti.

Lo sviluppo della dagherrotipia fu favorito anche dalla costruzione di apparecchi speciali muniti di un obiettivo a menisco acromatico messo a punto nel 1829 da Charles Chevalier. Tra il 1840 e il 1870 circa si ebbero numerosi perfezionamenti dei processi e dei materiali fotografici:

* nel 1841 Francois Antoine Claudet diede nuovo impulso alla ritrattistica introducendo lastre per dagherrotipia a base di cloruro e ioduro d’argento, che consentivano pose di pochi secondi;
* nel 1851 Frederick Schott Archer ideò il procedimento al collodio che si diffuse al posto della dagherrotipia e della calotipia.
* Tra il 1851 e il 1852 vennero introdotte l’ ambrotipia e la ferrotipia, procedimenti con cui si ottenevano dei positivi apparenti incollando un negativo su lastra di vetro sopra un supporto di carta o panno neri oppure di metallo brunito;
* nel 1857 comparve il primo ingranditore a luce solare a opera di J. J. Woodward;
* nel 1859 R. Bunsen e H. E. Roscoe realizzarono le prime istantanee con lampo al magnesio. Le prime immagini a colori per sintesi additiva si devono a J. C. Maxwell (1861), mentre Louis Ducos du Hauron ottenne le prime immagini a colori mediante sintesi sottrattiva (1869) e R. L. Maddox introdusse un’importante innovazione: le lastre con gelatina animale come legante.
* Infine, nel 1873 H. Vogel scoprì il principio della sensibilizzazione cromatica e realizzò le prime lastre ortocromatiche.

Tecnica [modifica]

Perfezionamento di tecnologie e materiali [modifica]

Ma gli sforzi furono anche indirizzati al perfezionamento dei materiali sensibili, dei procedimenti di sviluppo e degli strumenti ottici. Tra le innovazioni più importanti si ricordano: l’introduzione degli apparecchi fotografici portatili (1880); l’introduzione delle pellicole in rullo, realizzate per la prima volta da G. Eastman inizialmente con supporto in carta (1888) e successivamente con supporto in celluloide (1891).

Nel 1890 F. Hurter e V. C. Driffield iniziarono lo studio sistematico della sensibilità alla luce delle emulsioni, dando origine alla sensitometria. Un considerevole miglioramento delle prestazioni degli obiettivi si ebbe nel 1893, quando H. D. Taylor introdusse un obiettivo anastigmatico (tripletto di Cooke) con sole tre lenti non collate; tale obiettivo fu perfezionato da P. Rudolph nel 1902 con l’introduzione di un elemento posteriore collato e venne prodotto l’anno dopo dalla Zeiss, con il nome di tessar.

Altri progressi si ebbero con l’introduzione del sistema reflex (1928) e degli strati antiriflesso sulle superfici esterne delle lenti (che migliorarono enormemente la trasmissione tra aria e vetro e il contrasto degli obiettivi) e con il processo Polaroid in bianco e nero (che permetteva di ottenere in pochi secondi una copia positiva, utilizzando un apparecchio e una pellicola speciali), introdotto nel 1948 da E. H. Land e successivamente esteso al colore.

Negli anni Sessanta con gli esposimetri incorporati nelle macchine fotografiche ebbe inizio l’epoca degli automatismi: l’evoluzione tecnologica in tale campo fu tale che alla fine degli anni Ottanta, con la miniaturizzazione dei circuiti elettronici, la messa a fuoco e l’esposizione diventano completamente automatiche; inoltre micromotori provvedono al caricamento della pellicola, al suo avanzamento dopo ogni scatto, e al riavvolgimento nel caricatore al termine dell’uso .

Negli anni Ottanta entrarono in produzione macchine per la fotografia digitale che al posto della pellicola avevano un CCD (Charge Coupled Device), lo stesso elemento sensibile delle videocamere.

Questo componente era in grado di analizzare l’intensità luminosa e il colore dei vari punti che costituiscono l’immagine e di trasformarli in segnali elettrici che venivano poi registrati su un supporto magnetico (nastro o disco) che poteva contenere alcune decine di immagini. L’immagine registrata poteva essere immediatamente rivista su un monitor, stampata da un’apposita stampante, o spedita, via cavo o via etere, a qualsiasi distanza.

Macchine di questo tipo venivano usate soprattutto dai fotoreporter, perché permettevano l’immediata trasmissione delle foto ai giornali, che non hanno bisogno di immagini ad alta definizione.

L’inconveniente principale della fotografia elettronica era infatti la scarsa definizione delle immagini, in confronto a quella della fotografia tradizionale. Notevole diffusione ha avuto l’elaborazione elettronica delle immagini fotografiche, che, digitalizzate da uno scanner ad alta definizione, possono essere corrette ed elaborate a piacere (eliminazione di dominanti cromatiche, modifica dei colori, cancellazione e aggiunta di parti di immagine, fino a ottenere fotomontaggi quasi perfetti). L’immagine elaborata viene poi stampata su pellicola, con la stessa definizione dell’originale.

Negli ultimi anni lo sviluppo della fotografia digitale ha avuto implicazioni incredibili sia nella fase di ripresa delle immagini che in quella di riproduzione. Da un lato i sofisticati sistemi di esposizione, messa a fuoco, inquadratura e disponibilità immediata delle immagini in fase di ripresa e dall’altro la loro elaborazione sul computer hanno ridimensionato il lavoro di camera oscura per lo sviluppo del negativo e/o della diapositiva e per la loro stampa. Essa richiedeva lunghe ore al buio, pazienza e risorse economiche, al punto che grandi fotografi utilizzavano spesso laboratori professionali per le loro immagini. Oggi il processo è alla portata di tutti grazie alle immagini digitali che possono essere ritoccate, modificate e trasferite con il computer di casa propria, avvalendosi di programmi di editing e/o fotoritocco e modalità di archiviazione di file anziché di voluminosa carta che hanno in gran parte ridotto la domanda di pellicole e di stampa tradizionale delle foto.

La prima fotografia a colori scattata da Maxwell nel 1861.

Riproduzione dei colori [modifica]

J. T. Seebeck (1810) e J. F. Herschel (1840), E. Becquerel (1848), L. L. Hill (1850) e C. Niepce (1851) erano riusciti a ottenere delle registrazioni instabili di oggetti colorati, probabilmente per un fenomeno di interferenza all’interno dello strato sensibile. Tale fenomeno venne utilizzato da Gabriel Lippmann, in un procedimento messo a punto nel 1891, esponendo attraverso il supporto di vetro una lastra fotografica con l’emulsione a contatto con mercurio.

L’interferenza tra la radiazione incidente e quella riflessa dal mercurio, che fungeva da specchio, faceva sì che l’emulsione rimanesse impressionata a diversi livelli di profondità, la distanza fra i quali era funzione della lunghezza d’onda della radiazione. La lastra, sviluppata e osservata per riflessione, restituiva un’immagine con i colori naturali. Il procedimento di Lippmann, sfruttato commercialmente per qualche anno, fu abbandonato per la difficoltà nella preparazione dei materiali e del loro trattamento.

Nel frattempo James Clerk Maxwell aveva teorizzato i principi della sintesi additiva dei colori e nel 1855 aveva ottenuto i primi risultati incoraggianti, che rese pubblici nel 1861. Nel suo procedimento l’oggetto colorato veniva ripreso su tre diverse lastre attraverso tre filtri di colore blu, verde e rosso; venivano poi ricavate tre diapositive che, proiettate a registro su uno schermo mediante tre proiettori muniti degli stessi filtri usati per la ripresa, riproducevano a colori il soggetto.

Un procedimento simile, che utilizzava i colori blu, giallo e rosso, venne ideato indipendentemente, nel 1862, da Louis Ducos du Hauron, al quale si devono anticipazioni per tutti i procedimenti utilizzati fino a oggi. Nel 1868 egli osservò che un foglio di carta, ricoperto di sottili linee adiacenti di colore blu, verde e giallo, appariva bianco se osservato per trasparenza e grigio se osservato per riflessione e brevettò un procedimento di fotografia a colori basato su questo fenomeno.

Il procedimento venne ripreso in considerazione negli ultimi anni del secolo XIX quando furono disponibili materiali sensibili pancromatici con i quali era possibile effettuare la ripresa attraverso un reticolo di linee o di granuli di colore blu, verde e rosso; in seguito all’inversione dell’immagine in bianco e nero, il complesso immagine-reticolo osservato per trasparenza restituiva i colori originali.

Sfruttando questo principio i fratelli Lumière realizzarono le lastre Autochrome, la cui produzione iniziò nel 1907. Materiali simili vennero prodotti in Germania (Agfacolor) e in Gran Bretagna. Nel 1908 A. K. Dorian propose di sostituire i reticoli colorati con un insieme di minuscole lenti ottenute per goffratura sul lato del supporto opposto a quello su cui era stesa l’emulsione.

Ponendo davanti all’obiettivo un filtro costituito da tre bande colorate, ciascuna lente proiettava tre immagini, che venivano sovrapposte utilizzando un proiettore che montava sull’obiettivo lo stesso filtro usato in ripresa. Su questo principio si basavano i primi materiali Kodacolor, prodotti fino al 1935.

Tutti questi procedimenti non consentivano la produzione di stampe a colori, se non con mezzi tipografici. L’unico a ottenere copie fotografiche su carta fu E. Vallot che nel 1895 aveva ripreso un’idea di Louis Ducos du Hauron, introducendo un procedimento che però, a causa della bassa sensibilità e della scarsa stabilità dei colori, non ebbe successo commerciale. L’era della fotografia a colori moderna iniziò nel 1935 con la pellicola per diapositive Kodachrome, seguita nel 1936 dalla Agfacolor.

La prima richiedeva un trattamento speciale, perché i colori venivano aggiunti nel corso dello sviluppo. Nella seconda, invece, che è stata la capostipite delle moderne pellicole per fotografie a colori su carta, tre strati, sensibili rispettivamente al blu, al verde e al rosso, contenevano anche i coloranti, che davano origine, durante lo sviluppo, a immagini con i colori complementari (giallo, magenta e ciano).

L’immagine riacquistava i colori naturali durante lo sviluppo della copia, stampata su carta il cui strato sensibile aveva una struttura simile. Infine la Ciba, riprendendo il vecchio procedimento di sbianca dei coloranti contenuti nei vari strati dell’emulsione, realizzò il sistema Cibachrome, per la stampa di diapositive.

Chimica [modifica]

Processi con l’alogenuro d’argento [modifica]

Quando si sottopone un alogenuro d’argento all’azione della luce, la radiazione assorbita gli cede l’energia necessaria per scindere il legame tra l’alogeno e il metallo. Il deposito di argento così formato è tanto più denso quanto maggiore è l’intensità dell’illuminazione ed è quindi possibile ottenere con una camera oscura un’immagine negativa del soggetto inquadrato. Tale annerimento diretto dell’alogenuro, detto effetto print-out, è stato il primo metodo utilizzato per ottenere delle immagini agli albori della fotografia, ma aveva l’inconveniente di richiedere tempi di posa lunghissimi.

Fin dai primi tempi della fotografia, però, si scoprì casualmente che non era necessario attendere la formazione di un’immagine visibile sul materiale sensibile: anche dopo una breve esposizione era possibile, con un opportuno trattamento chimico, ottenere un’immagine perfettamente formata. In effetti anche nel corso di una esposizione molto breve si verifica la fotolisi del bromuro d’argento in misura tale da formare un’immagine debolissima, non visibile a occhio nudo (immagine latente), ma sufficiente per provocare un’alterazione delle caratteristiche chimico-fisiche dell’emulsione.

Trattando questa con particolari sostanze (rivelatori) si ottenne la formazione dell’immagine visibile, che risultava costituita da un insieme di granuli d’argento originati dalla riduzione dei singoli cristalli di alogenuro. Sono questi che conferiscono all’immagine la caratteristica struttura granulosa.

Nell’effetto print-out l’energia necessaria per la riduzione dell’alogenuro ad argento metallico è fornita interamente dalla radiazione assorbita dall’emulsione, mentre nel secondo caso la radiazione cede solo la piccola quantità di energia necessaria alla formazione dell’immagine latente.

Il rivelatore fornisce in un secondo tempo la quantità di energia necessaria per portare a termine il processo, con un effetto di amplificazione di circa un milione di volte. Dopo la formazione dell’immagine occorre allontanare l’alogenuro d’argento rimasto inutilizzato (fissaggio), oppure renderlo insensibile alla luce (stabilizzazione).

Il trattamento di un moderno materiale fotografico in bianco e nero richiede quindi un bagno di sviluppo e uno di fissaggio, cui si interpone un lavaggio o un bagno di arresto, e un lavaggio finale prima dell’asciugatura. Il lavaggio finale, estremamente importante per la conservazione dell’immagine, asporta ogni traccia dei prodotti chimici impiegati nel corso del trattamento.

Nei materiali a colori (a eccezione della Kodachrome), la formazione dei coloranti avviene utilizzando uno sviluppo cromogeno che, contemporaneamente alla riduzione del bromuro impressionato, provoca la formazione del colore all’interno di ognuno dei tre strati sensibili sovrapposti. Con i procedimenti accennati si ottiene sempre un’immagine negativa rispetto all’originale usato per la ripresa o la stampa.

È possibile ottenere direttamente delle immagini positive mediante un procedimento di inversione nel corso del quale si distrugge l’immagine negativa e se ne forma una positiva utilizzando l’alogenuro d’argento non impressionato nel corso dell’esposizione. La distruzione della negativa avviene per mezzo di un bagno di sbianca che, nel colore, ha anche la funzione di liberare i coloranti dal deposito opaco d’argento che li maschera.

Il sempre crescente aumento del costo dell’argento ha portato, da un lato, una notevole diffusione dei procedimenti di ricupero di questo dai bagni di fissaggio, che possono contenere diversi grammi d’argento per litro, e, dall’altro lato, ha favorito lo sviluppo di procedimenti nuovi o non tradizionali. Poiché i materiali a sviluppo cromogeno consentono il recupero totale dell’argento, sono state introdotte pellicole a sviluppo cromogeno anche in bianco e nero.

Processi senza argento [modifica]

Fin dai primi tempi della fotografia si tentò di impiegare delle sostanze fotosensibili senza argento, per esempio la carta al ferroprussiato, usata per la riproduzione di disegni tecnici (cianografia), ma senza grandi successi. Altri procedimenti di stampa, introdotti nel 1850, furono quelli alla gomma e al pigmento, applicati specialmente nel rotocalco.

Tra gli altri procedimenti un tempo applicati o di più recente applicazione si ricordano:

* la termografia, che si basa sulla proprietà di svariate sostanze di annerire, fondere o subire altre trasformazioni se sottoposte a riscaldamento;
* l’elettrografia, il cui principio fu indicato nel 1935 da P. Selenyi e che ha avuto uno sviluppo eccezionale nel campo della fotoriproduzione di documenti (in particolare la xerografia);
* la fotopolimerizzazione, che sfrutta la proprietà della luce di provocare la polimerizzazione di molte sostanze;
* il procedimento Kalvar, usato per la produzione di microfilm e di positivi cinematografici, nel quale l’esposizione alla luce provoca la decomposizione di una sostanza fotosensibile incorporata in uno strato plastico con liberazione di bollicine di gas, che rendono opaco lo strato;
* la fotocromia, che si basa sulla proprietà di alcune sostanze di cambiare colore sotto l’azione della luce.

Una delle maggiori difficoltà connesse con l’introduzione di nuovi sistemi fotosensibili era costituita dalla scarsa efficienza con cui, in generale, veniva registrata l’immagine. L’unico sistema che presenta un fattore di amplificazione paragonabile a quello basato sugli alogenuri d’argento è la fotopolimerizzazione, mentre gli altri possiedono una capacità di amplificazione molte migliaia di volte inferiore. Nei sistemi fotografici tradizionali, gli alogenuri d’argento non impressionati vengono asportati nel bagno di fissaggio oppure, nel processo di inversione, vengono utilizzati per formare un’immagine positiva sul medesimo supporto.

Processi per le istantanee [modifica]

Diversi sono i processi diffusivi nei quali l’alogenuro non impressionato viene trasformato in un sale solubile che diffonde dal negativo verso un supporto sul quale viene ridotto ad argento metallico dando luogo alla formazione dell’immagine positiva. Questo procedimento, descritto per la prima volta nel 1939 e utilizzato inizialmente per materiali da fotoduplicazione, consente la cosiddetta fotografia istantanea. Le prime applicazioni pratiche si ebbero nel 1948 con il sistema Polaroid in bianco e nero che permetteva di ottenere una positiva in soli 15 secondi; in seguito fu messo a punto un analogo sistema per le positive a colori ottenibili in circa un minuto.

Nel procedimento a colori il negativo è costituito da tre strati di emulsione sensibili alla luce blu, verde e rossa, ai quali sono intercalati altrettanti strati contenenti tre diversi rivelatori di colore rispettivamente giallo, magenta e blu-verde.

Un apparecchio modello anni settanta per immagini fotografiche di rapido sviluppo esposto al Museo d’Arte Contemporanea Villa Croce di Genova

Dopo l’esposizione il negativo viene portato a contatto con il supporto destinato a ricevere l’immagine positiva; tra i due si trova un sottile velo di attivatore alcalino. In presenza dell’attivatore i rivelatori colorati, contenuti nello strato sviluppatore, riducono il bromuro esposto e rimangono così immobilizzati nello strato sensibile.

I rivelatori che non hanno reagito, invece, diffondono attraverso il negativo e lo strato di attivatore fino a raggiungere il supporto, dove si fissano.

Nel 1976 la Kodak lanciò un suo sistema di fotografia istantanea, che, dopo una lunga serie di controversie legali, fu ritirato dal commercio perché violava alcuni brevetti Polaroid.

Quest’ultima, nel 1985 presentò una pellicola per diapositive, sia in bianco/nero che a colori, a sviluppo istantaneo; essa non richiedeva macchine speciali, ma poteva essere esposta con qualsiasi macchina che utilizzasse le normali pellicole 135 (formato 24 x 36 mm).

La pellicola a colori, chiamata Polachrome, è in realtà una pellicola in bianco/nero, filtrata, sia in ripresa che in proiezione, da un fitto reticolo di linee blu, verde e rosso (secondo il principio già sfruttato dai fratelli Lumière con le lastre Autochrome). Lo sviluppo viene effettuato sull’intera pellicola, in un apparecchietto che stende su di essa i prodotti chimici racchiusi in un contenitore venduto insieme alla pellicola.

Anche la pellicola per stampe a colori immediate è stata notevolmente perfezionata dalla Polaroid: è stato eliminato il negativo (che doveva essere gettato, insieme ai residui dei prodotti chimici di sviluppo), e la sensibilità è stata aumentata a 600 ASA. Lo sviluppo avviene in piena luce, in circa 90 secondi. Alcune pellicole a sviluppo immediato (in bianco e nero e a colori) possono essere utilizzate, per mezzo di un apposito accessorio, anche su molti apparecchi professionali e su apparecchiature scientifiche: esse danno copie formato 8,3 x 10,8 cm, spesso usate per controllare la distribuzione delle luci e delle ombre prima dello scatto definitivo su pellicola tradizionale.

Applicazioni scientifiche [modifica]

Generalità [modifica]

La fotografia si è rivelata un elemento di sempre maggiore utilità nell’indagine scientifica: essa offre infatti la possibilità di registrare fenomeni che non possono essere osservati direttamente, come per esempio quelli che si verificano in tempi brevissimi (fotografia ultrarapida), quelli che avvengono su scala microscopica, quelli che interessano regioni molto vaste della Terra o dello spazio (fotografia aerea, orbitale, astronomica), quelli legati a radiazioni non visibili, ecc.

Tra le più importanti applicazioni della fotografia in campo scientifico, si ricordano la fotografia ultrarapida e stroboscopica, la fotografia stereoscopica, la fotografia nell’infrarosso e nell’ultravioletto, la fotografia aerea e orbitale, la fotografia astronomica.

Fotografia ultrarapida e stroboscopica [modifica]

Già nel 1851 W. H. F. Talbot, utilizzando come fonte di luce la scintilla provocata dalla scarica di una serie di bottiglie di Leida, riuscì a realizzare delle immagini con un tempo di posa dell’ordine del milionesimo di secondo. Questa tecnica venne dapprima applicata alla balistica e le prime immagini di un proiettile in volo risalgono al 1885 e sono dovute a Ernst Mach; nel 1896 si osservò per la prima volta l’onda d’urto che si propaga insieme a un proiettile che si muove a elevata velocità.

Nel 1930 H. Edgerton iniziò uno studio sistematico delle possibilità della fotografia ultrarapida, dedicandosi particolarmente al perfezionamento delle sorgenti di luce e utilizzando in modo particolare il flash elettronico. In effetti gli otturatori meccanici non consentono tempi di posa inferiori a qualche frazione di millesimo di secondo, che permettono la ripresa solamente di oggetti in movimento relativamente lento.

Le riprese ultrarapide richiedono quindi l’impiego di sorgenti che emettono lampi di luce particolarmente brevi e intensi senza l’impiego di otturatori, oppure utilizzando otturatori speciali. Con questi sistemi si ottengono normalmente tempi di posa dell’ordine del decimilionesimo di secondo e si possono raggiungere i 5 nanosecondi. Utilizzando per l’illuminazione una serie di lampi di luce in rapida successione si ottiene sul negativo una serie di immagini in posizione diversa. È questo il principio su cui si basa la fotografia stroboscopica, utilizzata per l’analisi dei movimenti.

Fotografia stereoscopica [modifica]

La fotografia riproduce gli oggetti su una superficie piana e l’illusione della profondità è data esclusivamente dalla prospettiva e dal chiaroscuro. È però possibile riprodurre l’effetto della visione binoculare osservando separatamente con i due occhi due immagini riprese da punti posti a distanza pupillare. Le prime immagini stereoscopiche sono dei dagherrotipi del 1842. La fotografia stereoscopica viene utilizzata prevalentemente per fini cartografici.

Fotografia nell’infrarosso e ultravioletto [modifica]

Fotografia nell’infrarosso del Palazzo ENI e del Laghetto dell’EUR a Roma

Gli alogenuri d’argento possiedono una sensibilità naturale che si estende nelle zone dell’ultravioletto e del blu ed è limitata solo dall’assorbimento dell’obiettivo, della gelatina e dell’aria. I comuni obiettivi fotografici trasmettono l’ultravioletto fino a circa 320 nm, limite oltre il quale occorre usare obiettivi con lenti in quarzo o fluorite, che trasmettono fino a circa 120 nm. Peraltro, al di sotto dei 200 nm diviene sensibile l’assorbimento dell’aria, per cui occorre operare in atmosfera d’azoto o, meglio, nel vuoto.

Per evitare la perdita di sensibilità dovuta all’assorbimento della gelatina, si usano emulsioni con concentrazione di bromuro d’argento molto elevata. Oltre che per la ripresa diretta di immagini, la radiazione ultravioletta viene spesso impiegata per eccitare la fluorescenza degli oggetti da fotografare nel campo del visibile. In questo caso si antepone all’obiettivo un filtro che blocchi la radiazione ultravioletta riflessa dal soggetto trasmettendo invece la fluorescenza visibile.

La ripresa viene effettuata con un comune materiale in bianco e nero o, più spesso, a colori, a causa della vivacità dei colori di fluorescenza. All’altra estremità dello spettro visibile, la radiazione infrarossa non viene assorbita dagli alogenuri d’argento e non è quindi in grado di impressionare le emulsioni fotografiche.

Particolari sensibilizzatori cromatici possono però rendere sensibili i materiali fotografici anche alla radiazione infrarossa fino a circa 850 nm. L’impiego di filtri particolari consente di limitare la trasmissione della radiazione visibile, cui il bromuro d’argento è sensibile, fino a eliminarla completamente con l’impiego di filtri neri. Esistono anche materiali a colori con uno strato sensibile all’infrarosso, registrato con un colore convenzionale.

Le riprese nell’infrarosso e nell’ultravioletto interessano principalmente i campi dell’astrofisica, spettroscopia, mineralogia, criminologia, storia dell’arte, biologia, medicina, prospezione aerea del suolo, grafoscopia.

Fotografia aerea e orbitale [modifica]

Immagine ripresa dall’Apollo 17

La fotografia aerea è la tecnica di indagine del terreno che si serve di macchine fotografiche installate a bordo di aeromobili. Trova applicazioni nel campo della ricognizione archeologica, delle ricerche geologiche, in agricoltura per ricavare informazioni sulla natura dei terreni e sull’estensione delle colture, in campo militare per ottenere informazioni su obiettivi strategici.

La fotografia orbitale permette la ripresa di immagini da altezze molto superiori a quelle proprie della fotografia aerea, della quale costituisce un’estensione, mediante apparecchi posti su veicoli spaziali in orbita intorno alla Terra. Tra le sue varie applicazioni si ricordano le indagini meteorologiche, le ricerche sull’inquinamento dei mari, sulle risorse della Terra. Queste applicazioni sono sempre più raffinate anche grazie allo sviluppo e all’incrocio di diverse tecniche di ripresa fotografica digitale incrociate con altri sistemi di rilevazione come il radar.

Esempio di ciò è il satellite Envisat, messo in orbita dall’ESA (Agenzia Spaziale Europea) che grazie all’incrocio dei dati prodotti dai suoi undici strumenti permette la realizzazione di immagini satellitari utili per lo studio di fenomeni come la desertificazione, l’eutrofizzazione dei mari e i cambiamenti climatici.

Fotografia astronomica [modifica]

Immagine dell’ammasso delle Pleiadi
Per approfondire, vedi la voce astrofotografia.

Consiste nella registrazione fotografica delle immagini dei corpi celesti. Tale tecnica presenta diversi vantaggi rispetto all’osservazione diretta perché l’emulsione fotografica, esposta per un tempo sufficientemente lungo, viene impressionata anche da radiazioni visibili di intensità troppo debole per poter essere percepite dall’occhio umano anche con l’aiuto di potenti telescopi. Il metodo prevede appositi sistemi di inseguimento che compensano la rotazione della terra e la conseguente rotazione apparente della volta celeste. In assenza di questi si ottengono effetti artistici con conseguente strisciata, centrata a nord, degli astri, o ci si limita a brevi esposizioni a basso ingrandimento.

Inoltre l’uso di emulsioni particolarmente sensibilizzate permette lo studio di corpi celesti che emettono radiazioni comprese in zone dello spettro luminoso in corrispondenza delle quali l’occhio umano non è sensibile. In tempi più recenti sono stati usati anche sistemi digitali, basati su CCD o CMOS, raffreddati a bassissime temperature per diminuire il rumore elettronico. Tramite l’uso di filtri interferenziali, è anche possibile ottenere fotografie solo alla luce di alcune righe spettrali, ottenendo quindi informazioni sulla composizione della sorgente.

Fotomicrografia [modifica]

Cellule viste al microscopio confocale, fluorescenti con due differenti fluorocromi
Per approfondire, vedi la voce Fotomicrografia.

Consiste nella registrazione fotografica delle immagini di soggetti piccolissimi, nel caso di microscopia ottica nell’ordine dei micron. Anche qui tale tecnica presenta diversi vantaggi rispetto all’osservazione diretta perché l’emulsione fotografica, esposta per un tempo sufficientemente lungo, viene impressionata anche da radiazioni visibili di intensità troppo debole per poter essere percepite dall’occhio umano specialmente in caso di tecniche in fluorescenza, dell’arresto tramite tempi di esposizione brevi di soggetti molto rapidi (protozoi in vivo), eccetera.

Arte [modifica]

La fotografia cominciò ad acquistare autonomia agli inizi del sec. XX, mentre le polemiche sui rapporti con l’arte, in seguito indagati con acutezza da W. Benjamin, erano vivacissime. In merito alla diatriba, sempre attuale, una distinzione si può fare tra la fotografia come strumento e la fotografia come linguaggio. Nel primo caso si sfruttano in quanto tali le possibilità di riproduzione meccanica delle immagini, nel secondo queste stesse possibilità vengono utilizzate a fini documentaristici ed espressivi.

Quindi da un lato si possono annoverare i processi di fotoriproduzione, utilizzati nei settori più diversi, dalla fotomeccanica alla spettroscopia, dall’altro tutte le utilizzazioni della fotografia per una descrizione, a diversi livelli di obiettività, di fenomeni scientifici, di avvenimenti, di realtà sociali o di altri valori umani, figurativi e astratti.

In opposizione ai concetti della foto d’arte, con tutto il corollario dei trucchi di mestiere, operò agli inizi del sec. XX Alfred Stieglitz, capo del gruppo americano Photo-Secession, esaltando le riprese immediate con piccoli apparecchi portatili alla ricerca dell’illusione di realtà, cercando il cubismo nella natura (soggetti disumanizzati, riproduzione del ritmo nella ripetizione di elementi base, sovrapposizioni, ecc.).

Dal canto suo il tedesco A. Renger-Patzsch, in polemica con le tesi della Photo-Secession sostenne, parafrasando Spinoza, che la bellezza del mondo dipendeva dall’immaginazione dell’uomo e quindi anche dalla scelta che l’obiettivo faceva del particolare.

Una terza tesi veniva proposta da A. G. Bragaglia, teorizzata nel volume Fotodinamismo futurista (1911), da fotografi come l’americano A. Coburn, lo svizzero C. Schad, l’ungherese László Moholy-Nagy (del Bauhaus), lo statunitense Man Ray, l’italiano L. Veronesi che, proclamando l’importanza essenziale della “ricerca” riaffermavano o giungevano all’astrattismo.

Fu questo il punto di partenza di ogni avventura e sperimentazione fotografica successiva, testimoniate dall’attività di gruppi come Fotoform (1949), dalle foto di movimento di Gjon Mili, dalla scuola della candid photography e da tutti gli sperimentatori fluttuanti dalla ricerca del vero alla sensazione, dal documento alla realizzazione d’arte. Un cenno meritano le fotografie di moda e di pubblicità, che adattano alle specifiche funzioni il patrimonio finora acquisito, trasfondendo nell’immagine, con la suggestione creativa, il potere o la ricerca della persuasione.

Un’evoluzione ulteriore della fotografia è la multivisione, basata sulla proiezione di diapositive in dissolvenza incrociata, spesso con un accompagnamento musicale. Questa tecnica è utilizzata spesso a scopi didattici o pubblicitari, ma la forte componente creativa e poetica del mezzo fotografico ha ispirato la creazione in multivisione di autentiche opere d’arte.

Diritto [modifica]

Logo indicante un lavoro protetto da Copyright

Il diritto d’autore considera fotografie ai fini della tutela relativa “le immagini di persone o di aspetti, elementi o fatti della vita naturale e sociale ottenute col procedimento fotografico o con processo analogo”.

Spetta al fotografo, salvo deroghe relative ai ritratti fotografici, il diritto esclusivo di riproduzione, diffusione e vendita. Tuttavia se l’opera è stata ottenuta nel corso e nell’adempimento di un contratto d’impiego o di lavoro, il diritto esclusivo spetta al datore di lavoro. La durata del diritto sulla fotografia è di venti anni.

Il diritto tutela anche la privacy del soggetto fotografato. Infatti, è permessa la diffusione di fotografie senza il permesso del soggetto solo nel caso di personaggio pubblico, inteso come persona che, per lavoro o carica istituzionale, è noto al pubblico, o nel caso la persona sia ritratta nel corso di eventi aperti al pubblico (ad esempio se una persona partecipa ad una manifestazione sportiva). Negli altri casi, il fotografo titolare dell’opera deve ottenere il permesso (chiamato liberatoria) alla pubblicazione (intesa anche come esposizione ad una mostra) da parte del soggetto.

Sono particolarmente interessanti le argomentazioni pro e contro la libertà dell’arte, particolarmente per quanto riguarda le foto prese per strada per documentare la vita di una città. la controversia esposto

Voci correlate [modifica]

* Aberrazioni
* Astrofotografia
* Associazione fotografi
* Bracketing
* Camera oscura
* Circoli Fotografici
* Dagherrotipo
* Diapositiva
* Fotografi
* Fotografia cinematografica
* Fotografia d’arte
* Fotografia digitale
* Fotocamera digitale
* Fototeca di Sardegna
* Raw (fotografia)
* Fotografia documentaria
* Fotografia glamour
* Fotografia naturalistica
* Fotografia panoramica
* Fotoup
* Fotografia istantanea (Polaroid)
* Fotografia subacquea
* Lomografia
* Luce inattinica
* Macchina fotografica
* Macrofotografia
* Multivisione
* Photocrossing
* Prospettiva (geometria descrittiva)
* Telefoto
* Effetto flou

Canon EOS 50D – Fotocamere Reflex Digitali

mercoledì, 27 agosto 2008
listen it it Canon EOS 50D   Fotocamere Reflex Digitali

EOS%2050D w200 tcm80 544118 Canon EOS 50D   Fotocamere Reflex Digitali

Perfetta combinazione di velocità e qualità, il sensore CMOS da 15,1 Megapixel ed il processore DIGIC 4 della EOS 50D garantiscono eccellenti prestazioni alle alte sensibilità ISO, flessibilità di scatto ed una qualità d’immagine senza compromessi.

Caratteristiche

  • Sensore CMOS (APS-C) da 15,1 Megapixel
  • Scatto continuo di 6,3 fps, raffica massima di 90 immagini in formato JPEG
  • Processore DIGIC 4
  • Gamma ISO fino a 12.800
  • Display LCD VGA da 3” con modalità “Live View”
  • Sistema AF ad area allargata ad alta precisione
  • Corpo in lega di magnesio
  • Sistema integrato di pulizia EOS
  • Compatibile con gli obiettivi EF/EF-S ed i flash Speedlite EX

Libera il fotografo che c’è in te

Sensore CMOS da 15,1 Megapixel
Il sensore CMOS APS-C Canon assicura immagini estremamente dettagliate e dal basso noise, ideali per grandi riproduzioni e ritagli (crop) creativi. I nuovi pixel con microlenti ravvicinate aumentano la capacità di raccolta della luce, per prestazioni eccezionali nell’intera gamma ISO.

Scatto continuo di 6,3 fps
Perfetta per lo sport, la natura e le sequenze di azioni, EOS 50D cattura 6,3 fotogrammi al secondo, per raffiche massime di 90 immagini in formato JPEG con una scheda UDMA.

DIGIC 4
DIGIC 4 è il potente motore della EOS 50D che, abbinato al sensore CMOS, consente un’elaborazione delle immagini a 14 bit, per gradazioni omogenee e colori naturali. Così veloce da permettere uno scatto continuo di 6,3 fps, DIGIC 4 è responsabile anche dell’avvio quasi istantaneo della EOS 50D e della visione delle immagini subito dopo lo scatto. Una nuova funzione attivabile sulla fotocamera per la composizione della “vignettatura”.

Gamma ISO
Per tempi di scatto rapidi anche in condizioni di scarsa luminosità, EOS 50D vanta una sensibilità ISO di base pari a 3.200, espandibile a 6. 400 e 12.800.

Display LCD Clear View
Il display LCD VGA da 3”, con 920.000 pixel, garantisce una chiarezza straordinaria, perfetta per il controllo della messa a fuoco e della composizione delle immagini. L’ampio angolo di visione abbinato alla modalità “Live View” semplifica la cattura degli scatti da angolature particolari. Un nuovo LCD dotato di un nuovo trattamento Spectra Coatting e anti-alone.

Modalità “Live View”
La modalità “Live View” permette agli utenti d’inquadrare con precisione quando non è possibile l’uso del mirino. Il pulsante Live View dedicato visualizza le immagini in tempo reale sul display LCD, mettendo a disposizione tre tipi di messa a fuoco automatica: Quick AF, Live AF e la nuova Face Detection Live AF che si basa sui volti presenti nell’inquadratura.

Sistema AF ad area allargata con 9 punti a croce
Il sistema AF ad alta precisione utilizza 9 punti a croce per messe a fuoco nitide in verticale ed orizzontale. Il punto centrale AF è sensibile fino a f/2,8. I punti sono distribuiti all’interno dell’inquadratura AF, per gestire meglio i soggetti decentrati.

Corpo in lega di magnesio
Progettato per l’uso quotidiano, il corpo in lega di magnesio della EOS 50D, leggero e resistente, incorpora elementi protettivi per prestazioni sempre affidabili.

Sistema integrato di pulizia EOS (EICS)
L’EICS Canon combina materiali speciali dei componenti (che riducono la formazione della polvere), un nuovo rivestimento al fluoro sul filtro passa-basso (che respinge la polvere) e un’unità di autopulizia del sensore (che scuote la polvere ad ogni accensione o spegnimento). Non ultima la funzione per l’eliminazione degli aloni/polvere presenti sul software DPP.

Accessori
EOS 50D è compatibile con oltre 60 obiettivi EF e EF-S, e con tutti i flash Speedlite serie EX

white Canon EOS 50D   Fotocamere Reflex Digitali

Specifiche Tecnicheredtriangle Canon EOS 50D   Fotocamere Reflex Digitali

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Obiettivi EF

Monte Amiata….

lunedì, 25 agosto 2008
listen it it Monte Amiata....

http://www.nikonclubitalia.com/forum/post-a12176-Monte-Amiata2.jpg

Fotocamera: Nikon D200
Esposizione: 0,011 sec (1/90)
Aperture: f/16
Lente: 20 mm
ISO: 100
Exposure Bias: -2 EV

Lo scatto risale a qualche tempo fa…!!
Ho effettuato una post produzione* su 4 livelli differenti (in Cs3), tre per la terra ed uno per il cielo…., quindi diciamo che la post produzione* ha il suo “peso”…. biggrin.gif

Solitamente cerco…. di non stravolgere troppo lo scatto , mantenendo il pi� possibile la “natura” , evidenziando ( dove ci sono..) i pregi e nascondendo gli eventuali difetti … ( non sempre ci riesco… 67453 huh Monte Amiata.... ) … 67453 rolleyes Monte Amiata....

Scatto esclusivamente il Raw ed importo il file in Cs3 ( da Lightroom ) con tutti i parametri a Zero ….( anche quelli di ACR..)…

Questo � lo scatto… “a zero”….. 67453 sleep Monte Amiata....

http://www.nikonclubitalia.com/forum/post-a12291-NOR9274.jpg

Chiaramente graditi commenti…!! 67453 118 Monte Amiata....

Ps.

Ho sostituito la foto “a zero” con una di maggiore risoluzione…… 67453 118 Monte Amiata....
Mi piacerebbe vedere il vostro modo di pos-produrre questo genere di scatto… cercando di non “stravolgere” troppo la natura della foto……!!!!!
Divertitevi……!!!

Ricchi premi e cotillon….. 67453 spoton Monte Amiata.... 67453 ibf trumpet Monte Amiata.... 67453 ibf greedy Monte Amiata.... 67453 happydance Monte Amiata.... 35cf2 crown2 Monte Amiata....

 Monte Amiata....

 Monte Amiata....

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