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Articoli marcati con tag ‘tecnologie’

Canon, il sensore AF integrato in quello principale?

martedì, 6 luglio 2010

06327 921185985 Q67EpM Canon, il sensore AF integrato in quello principale?

Uno dei problemi più grandi dei sistemi live view e di ripresa video su reflex sono le scarse prestazioni del sistema di messa a fuoco.

Canon ha depositato un brevetto per integrare il sensore AF all’interno del sensore principale riuscendo così, sulla carta, ad ottenere le stesse prestazioni anche in modalità video o live view. Una tecnologia che sarebbe spendibile anche all’interno delle compatte che avrebbero un grosso vantaggio sulla concorrenza e rappresenterebbe un grosso passo in avanti per l’industria.

Trattandosi di un brevetto non sappiamo se vedrà mai la luce, ma è sicuramente una delle tecnologie più interessanti che potrebbero arrivare nel prossimo futuro.

Via | PhotographyBay

Canon, il sensore AF integrato in quello principale? é stato pubblicato su clickblog alle 10:00 di sabato 03 luglio 2010.

Fonte Google News

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prossime date “Deluxe”

giovedì, 28 maggio 2009


PROSSIME DATE
Deluxe:


Proiezione del video “Feminea” I°animazione:

Giovedì 28 maggio h21.00

D.x.M_DEUS EX MACHINA_la tecnologia applicata alle arti performative riunisce gruppi e artisti che lavorano mettendo in relazione i linguaggi scenici e le nuove tecnologie. Non solo una rassegna occasionale, ma una piattaforma di studio, visto che con D.x.M. il Kollatino Underground si propone come laboratorio permanente di monitoraggio per ricercatori, critici e sperimentatori del messaggio del corpo modificato nella comunicazione, mutato nella percezione sensoriale e ridefinito nella ricerca delle immagini.L’obiettivo è l’esplorazione dell’interazione uomo-macchina, costantemente ridefinito dalla scienza, e la condivisione di esperimenti, progetti e visioni che scaturiscono dalla sinergia delle diverse discipline artistiche applicate ai mezzi tecnologici.

Un’idea di Chiara Crupi e Mauro Petruzziello.

(continua…)

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19.01.09 – Nuove Panasonic Lumix FS

martedì, 20 gennaio 2009

Panasonic risponde al fuoco dei suoi principali concorrenti nel mercato delle fotocamere compatte presentando due nuovi modelli della sua famiglia Lumix FS. Il primo modello, chiamato Lumix DMC-FS7, è il più economico dei due e può contare su un sensore da 10,1 megapixel e su un obiettivo zoom 4x con stabilizzatore ottico integrato e grandangolo pari a 33mm. LA FS7 dispone anche di un display LCD da 2,7 pollici di diagonale e, soprattutto, si un sistema autofocus che fa leva su ben 9 sensori AF oltre che su tecnologie come il sistema di Face Detection. La sensibilità ISO equivalente supportata va da 100 a 6.400, mentre per facilitare il compito ai suoi utenti Panasonic ha corredato la nuova Lumix con ben 25 diverse modalità di scatto preimpostate. La scheda di memoria è una SD ma sono presenti anche 50 megabyte di memoria interna.

Panasonic_Lumix_FS7

Spendendo circa 40 dollari in più si può invece passare all’altra novità Panasonic, ossia la Lumix DMC-FS15. Si tratta di un modello più potente della FS7 che può contare innanzitutto su un sensore da 12,1 megapixel e su un’ottica zoom ancora più interessante in virtù della maggiore escursione focale (5x), del grandangolo da 29mm e della presenza di uno stabilizzatore ottico. Il display LCD rimane lo stesso della FS7, mentre il sistema autofocus può contare su due punti in più, per un totale di 11 sensori. Restano invece invariate le altre caratteristiche compresa la batteria agli ioni di Litio ricaricabile che però nel caso della FS15 garantisce circa 30 scatti in meno di autonomia (330 contro 360).

Panasonic_Lumix_FS15

Le due nuove fotocamere sono attese sul mercato italiano per il mese di marzo a un prezzo equivalente a 160 dollari per la Lumix FS7 e di circa 200 dollari per la FS15.

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Corso di Fotografia di Giulio Di Meo

martedì, 13 gennaio 2009

www.giuliodimeo.it

Workshop “Fotografia Sociale”

di Giulio Di Meo

2 Marzo – 27 Aprile 2009

Presentazione
Può un’immagine diventare un megafono per amplificare il grido di lotta di chi troppo spesso viene emarginato e ignorato? 11 lezioni teoriche e pratiche in cui si affrontera’ il tema del 
reportage sociale, un genere in cui occorre sviluppare una 
sensibilità, un‘etica, un impegno particolare. 
Un percorso in cui la “fotografia” verra’ vista come un mezzo per raccontare e denunciare le ingiustizie sociali, attraverso immagini di vita quotidiana in realtà difficili e delicate.
Date
2 Marzo – Cenni di storia della fotografia; Il reportage: definizione e distinzione delle differenti sfere d’azione; Il fotogiornalismo d’autore: Bresson, la Magnum e i grandi autori; Il reportage del quotidiano: il reporter delle “piccole cose, delle cose “normali”;

9 Marzo – Il “fattore umano”, la fotografia sociale; Definizione, etica e obiettivi del reportage sociale; Il comportamento del fotografo: il rispetto di chi si fotografa, la conoscenza della realtà fotografata, la soggettività sociale e politica, “l’oggettività” fotografica., elaborazione.

14 Marzo- Prima Uscita Fotografica

16 Marzo – La composizione, la visione fotografica; Come si crea un progetto fotografico, la scelta del tema; La fotografia “oggi”, analogico e digitale: nuove tecnologie e trasformazione della professione.

21 Marzo – Seconda Uscita Fotografica.

27 Marzo – Editing: critica e la selezione delle foto. Il racconto fotografico: struttura, sintassi.

04 Aprile – Terza Uscita Fotografica

06 Aprile – Editing: critica e la selezione delle foto. La costruzione della storia: il dialogo, la socializzazione, la spontaneità dei soggetti.

18 Aprile – Quarta Uscita Fotografica

22 Aprile – Editing: Editing: critica e la selezione delle foto. Aspetti etici e legali.

27 Aprile – Selezione Finale. Presentazione portfoli.
Durata
11 lezioni teoriche e pratiche.
Costo
400 € – prezzo intero 
380 € – tesserati Piccolo Formato e Studenti
Sede
Ass.ne Piccolo Formato 
Via Marsala 20/a 
Bologna 
339 4534132
Info:
www.giuliodimeo.it www.piccoloformato.it

socialeweb_11

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Canon news dell’1/1/2009

giovedì, 1 gennaio 2009
iPhone scala le statistiche
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EOS 450D, preparati a giocare

mercoledì, 10 dicembre 2008

186771d6ea82c6677486c55f9590faea EOS 450D, preparati a giocare

La nuova reflex digitale EOS 450D dotata di un sensore CMOS da 12,2 Megapixel, del sistema integrato di pulizia EOS, di un display LCD da 3” con modalità Live View e di un rinnovato sistema AF a 9 punti, offre ai clienti consumer una qualità delle immagini ed una versatilità mai viste prima d’ora in questo segmento di mercato

EOS 450D vanta caratteristiche già sperimentate nelle fotocamere professionali Canon EOS, tra cui il processore d’immagine DIGIC III ed un sistema di menu riprogettato che consente anche il controllo diretto delle unità flash Speedlite dal display LCD della fotocamera. Inoltre, la possibilità di scegliere fra 13 funzioni personalizzate permette a ciascun fotografo di adattare la fotocamera al proprio stile.
“EOS 450D è il risultato di oltre 20 anni d’investimenti nel mondo EOS” ha commentato Massimiliano Ceravolo, Country Director di Canon Consumer Imaging Italia. “Questa fotocamera continua la tradizione di Canon ereditando le tecnologie collaudate in ambito professionale e mettendole a disposizione del mercato più ampio dei fotografi amatoriali”.

Il vantaggio della qualità EOS
Con l’opportunità di garantire il “Made in Canon” di tutti i componenti fondamentali EOS offre ai fotografi un vantaggio qualitativo unico. Il sensore da 12,2 Megapixel creato appositamente per EOS 450D utilizza la tecnologia CMOS Canon, ad alta sensibilità e basso rumore, per produrre immagini a grana ridotta fin nei minimi dettagli. Il processore DIGIC III garantisce una resa superiore delle immagini e tempi di risposta rapidi, con un avvio quasi istantaneo di 0,1 secondi. I dati delle immagini sono elaborati a 14 bit per consentire una raffica continua di 3,5 fotogrammi al secondo, mentre il processore DIGIC III utilizza la memoria tampone dell’immagine per gestire fino a 53 immagini in formato JPEG (6 in RAW) senza interruzione.

Creata per foto migliori
EOS 450D è stata progettata per rendere la fotografia un’esperienza diversa per ogni fotografo, di qualunque livello esso sia. Con un corpo compatto che pesa meno di 475 grammi, questa fotocamera è contraddistinta da una impugnatura perfezionata che garantisce una presa naturale ed ergonomica. Il mirino, ampio e luminoso, rende più nitida e confortevole ogni composizione, mentre la funzionalità del menu ereditata dai modelli professionali EOS utilizza una struttura semplificata a “schede” che non rende più necessario lo scorrimento. Esso include anche la scheda “My Menu” personalizzabile dall’utente, per un accesso immediato alle impostazioni usate con maggiore frequenza.
Sono disponibili numerose funzioni personalizzabili per ottimizzare la qualità delle fotografie catturate nelle diverse situazioni. La modalità “Highlight Tone Priority” (Priorità delle tonalità chiare) estende la gamma dinamica per le zone chiare, assicurando migliori dettagli cromatici quando è necessario, ad esempio con gli abiti da sposa, i cieli nuvolosi ed altri oggetti luminosi. La nuova “Auto Lighting Optimiser” corregge luminosità e contrasti durante l’elaborazione delle immagini e migliora le tonalità della carnagione nei ritratti, per una corretta esposizione dei volti.

Live View
Presente per la prima volta in una reflex digitale consumer Canon, la modalità Live View facilita gli scatti da angolazioni particolari, come nel caso di foto macro catturate da terra o con l’utilizzo del treppiedi. L’immagine in modalità Live View è visualizzata, sottoforma di un video riprodotto alla velocità di 30 fps, sul display LCD da 3” dotato di una luminosità superiore del 50% rispetto al display di EOS 400D. Possono essere inoltre visualizzati una griglia di riferimento e l’istogramma, per facilitare la composizione e l’esposizione. Nel corso della messa a fuoco, il fotografo può evidenziare sul monitor LCD determinati particolari di un immagine con ingrandimenti che arrivano fino a 10x.
Sono disponibili due tipi di messa a fuoco automatica: Quick AF solleva rapidamente lo specchio della fotocamera per operare la messa a fuoco; Live AF invece utilizza i dati del contrasto dell’immagine per mettere a fuoco (sistema già conosciuto da chi utilizzava una fotocamera digitale compatta).
Per le attività in studi fotografici, la modalità Live View remota consente di comporre, regolare le impostazioni e catturare lo scatto da un PC utilizzando il software EOS Utility in dotazione.

Ulteriori miglioramenti
EOS 450D completa le sue funzioni di spicco con miglioramenti in grado di esaltare l’esperienza fotografica. Il mirino visualizza tutte le informazioni principali relative all’esposizione, compresa la sensibilità ISO. La lettura della luce in modalità spot (4% del mirino) consente un maggiore controllo dell’esposizione in condizioni di luminosità particolari. La funzionalità PictBridge è stata potenziata in modo tale che i fotografi abbiano la possibilità di correggere gli orizzonti ed aggiungere degli effetti prima della stampa. Una nuova batteria ad alta capacità aumenta la durata di ogni singola carica fino ad un massimo di 500 scatti.

Software
A corredo di EOS 450D è fornita un’ampia gamma di software che fornisce al fotografo tutto il necessario per la gestione e l’elaborazione delle immagini. Ad esempio Digital Photo Professional (DPP), un potente convertitore che assicura un controllo completo sull’elaborazione delle immagini RAW. Inoltre, DPP integra alcune funzioni della fotocamera come il sistema Dust Delete Data e le impostazioni Picture Style. Il software Picture Style Editor in dotazione può essere usato per definire impostazioni Picture Style personalizzate per un controllo accurato della visualizzazione del colore. Sono disponibili anche i pacchetti software EOS Utility, Image/Zoom Browser e Photostitch.

EOS 450D sarà disponibile dal mese di marzo 2008.

Scarica qui il comunicato33d2cd502c527b4829b051469e21a487 EOS 450D, preparati a giocare
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SanDisk in crisi, spunta Toshiba – www.reflex.it

giovedì, 27 novembre 2008

7ad25d5e6a1d7d3825d4c101adafc39d SanDisk in crisi, spunta Toshiba   www.reflex.it 23.10.2008 – Alla notizia di ieri del ritiro dell’offerta da parte di Samsung e di perdite per 155 milioni di dollari nel terzo trimestre oltre ad un invenduto per 109 milioni, le azioni SanDisk sono crollate fino al 32%. Gli azionisti non hanno gradito la posizione di chiusura nei confronti dell’offerta di acquisto di Samsung per 5,85 miliardi di dollari, così che oggi il valore di borsa di SanDisk è sceso a 3,3 miliardi. Un buona notizia, sostiene il “Financial Times” per Toshiba che con SanDisk condivide la produzione e ricerca sulle memorie flash. Toshiba potrebbe ora acquistare SanDisk a buon prezzo bloccando i coreani. Samsung, maggiore produttore al mondo di memorie NAND, paga circa 500 milioni all’anno di royalty a SanDisk per le tecnologie flash, ed è questo elemento piuttosto che la capacità produttiva che l’ha spinta a presentare l’offerta. Intanto, Judy Bruner, responsabile finanziario di SanDisk, ha apertamente anticipato una ristrutturazione “piuttosto aggressiva” in termini di cancellazione di prodotti, operazioni di marketing e spese per la ricerca con conseguente riduzione di personale.

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termine fotografia – da wikipedia.it

martedì, 11 novembre 2008

La parola fotografia ha origine da due parole greche: φως (phos) e γραφίς (graphis). Letteralmente quindi fotografia significa scrivere (grafia) con la luce (fotos). Ebbe origine dalla convergenza dei risultati ottenuti da numerosi sperimentatori sia nel campo dell’ottica, con lo sviluppo della camera oscura, sia in quello della chimica, con lo studio delle sostanze fotosensibili. La prima camera oscura fu realizzata molto tempo prima che si trovassero dei procedimenti per fissare con mezzi chimici l’immagine ottica da essa prodotta; le sue prime applicazioni per la fotografia si ebbero con il francese Joseph Nicephore Niepce, al quale viene abitualmente attribuita l’invenzione della fotografia, anche se scoperte recenti suggeriscono che alcuni tentativi ben precedenti, come quelli dell’inglese Thomas Wedgwood[1], potrebbero essere andati a buon fine.

Nel 1813 Niepce iniziò a studiare i possibili perfezionamenti da apportare alle tecniche litografiche e da queste ricerche sviluppò un interesse per la registrazione diretta di immagini sulla lastra litografica, senza l’intervento dell’incisore.

In collaborazione con il fratello Claude, Niepce cominciò a studiare la sensibilità alla luce del cloruro d’argento e nel 1816 ottenne la sua prima immagine fotografica (che ritraeva un angolo della sua stanza di lavoro) utilizzando un foglio di carta sensibilizzato, probabilmente, con cloruro d’argento.

L’immagine, tuttavia, non poté essere fissata completamente, per cui Niepce fu indotto a studiare la sensibilità alla luce di numerose altre sostanze, soffermandosi sul bitume di Giudea che possiede la proprietà di divenire insolubile in olio di lavanda in seguito a esposizione alla luce.

J. N. Niepce: Vista della camera a Le Gras, 1826. Il tempo d’esposizione di 8 ore causa l’impressione che gli edifici siano illuminati dal sole sia da destra sia da sinistra.

Il primo successo con la nuova sostanza fotosensibile risale al 1822, con la riproduzione su vetro di un’incisione che raffigurava papa Pio VII. La riproduzione andò però distrutta qualche tempo dopo e la più antica immagine oggi esistente è una di quelle che Niepce ottenne nel 1826, utilizzando una camera oscura nella quale l’obiettivo era una lente biconvessa, dotata di diaframma e di un rudimentale sistema di messa a fuoco. Alle immagini così ottenute Niepce diede il nome di eliografie.

Nel 1829 fondò con Louis Daguerre, già noto per il suo diorama, una società per lo sviluppo delle tecniche fotografiche. Nel 1839 il fisico François Arago descrisse all’Accademia delle Scienze di Parigi un procedimento messo a punto da Daguerre, che venne chiamato dagherrotipia; la notizia suscitò l’interesse di William Fox Talbot, che dal 1835 sperimentava un procedimento fotografico denominato calotipia, e di John Herschel, il quale sperimentava un procedimento su carta sensibilizzata con sali d’argento, utilizzando un fissaggio a base di tiosolfato sodico.

In questo stesso periodo, a Parigi, Hippolyte Bayard ideò un procedimento originale che faceva uso di un negativo su carta sensibilizzata con ioduro d’argento, dal quale si otteneva successivamente una copia positiva. Bayard fu però invitato, per evitare una concorrenza diretta con Daguerre, a desistere dalla continuazione degli esperimenti.

Lo sviluppo della dagherrotipia fu favorito anche dalla costruzione di apparecchi speciali muniti di un obiettivo a menisco acromatico messo a punto nel 1829 da Charles Chevalier. Tra il 1840 e il 1870 circa si ebbero numerosi perfezionamenti dei processi e dei materiali fotografici:

* nel 1841 Francois Antoine Claudet diede nuovo impulso alla ritrattistica introducendo lastre per dagherrotipia a base di cloruro e ioduro d’argento, che consentivano pose di pochi secondi;
* nel 1851 Frederick Schott Archer ideò il procedimento al collodio che si diffuse al posto della dagherrotipia e della calotipia.
* Tra il 1851 e il 1852 vennero introdotte l’ ambrotipia e la ferrotipia, procedimenti con cui si ottenevano dei positivi apparenti incollando un negativo su lastra di vetro sopra un supporto di carta o panno neri oppure di metallo brunito;
* nel 1857 comparve il primo ingranditore a luce solare a opera di J. J. Woodward;
* nel 1859 R. Bunsen e H. E. Roscoe realizzarono le prime istantanee con lampo al magnesio. Le prime immagini a colori per sintesi additiva si devono a J. C. Maxwell (1861), mentre Louis Ducos du Hauron ottenne le prime immagini a colori mediante sintesi sottrattiva (1869) e R. L. Maddox introdusse un’importante innovazione: le lastre con gelatina animale come legante.
* Infine, nel 1873 H. Vogel scoprì il principio della sensibilizzazione cromatica e realizzò le prime lastre ortocromatiche.

Tecnica [modifica]

Perfezionamento di tecnologie e materiali [modifica]

Ma gli sforzi furono anche indirizzati al perfezionamento dei materiali sensibili, dei procedimenti di sviluppo e degli strumenti ottici. Tra le innovazioni più importanti si ricordano: l’introduzione degli apparecchi fotografici portatili (1880); l’introduzione delle pellicole in rullo, realizzate per la prima volta da G. Eastman inizialmente con supporto in carta (1888) e successivamente con supporto in celluloide (1891).

Nel 1890 F. Hurter e V. C. Driffield iniziarono lo studio sistematico della sensibilità alla luce delle emulsioni, dando origine alla sensitometria. Un considerevole miglioramento delle prestazioni degli obiettivi si ebbe nel 1893, quando H. D. Taylor introdusse un obiettivo anastigmatico (tripletto di Cooke) con sole tre lenti non collate; tale obiettivo fu perfezionato da P. Rudolph nel 1902 con l’introduzione di un elemento posteriore collato e venne prodotto l’anno dopo dalla Zeiss, con il nome di tessar.

Altri progressi si ebbero con l’introduzione del sistema reflex (1928) e degli strati antiriflesso sulle superfici esterne delle lenti (che migliorarono enormemente la trasmissione tra aria e vetro e il contrasto degli obiettivi) e con il processo Polaroid in bianco e nero (che permetteva di ottenere in pochi secondi una copia positiva, utilizzando un apparecchio e una pellicola speciali), introdotto nel 1948 da E. H. Land e successivamente esteso al colore.

Negli anni Sessanta con gli esposimetri incorporati nelle macchine fotografiche ebbe inizio l’epoca degli automatismi: l’evoluzione tecnologica in tale campo fu tale che alla fine degli anni Ottanta, con la miniaturizzazione dei circuiti elettronici, la messa a fuoco e l’esposizione diventano completamente automatiche; inoltre micromotori provvedono al caricamento della pellicola, al suo avanzamento dopo ogni scatto, e al riavvolgimento nel caricatore al termine dell’uso .

Negli anni Ottanta entrarono in produzione macchine per la fotografia digitale che al posto della pellicola avevano un CCD (Charge Coupled Device), lo stesso elemento sensibile delle videocamere.

Questo componente era in grado di analizzare l’intensità luminosa e il colore dei vari punti che costituiscono l’immagine e di trasformarli in segnali elettrici che venivano poi registrati su un supporto magnetico (nastro o disco) che poteva contenere alcune decine di immagini. L’immagine registrata poteva essere immediatamente rivista su un monitor, stampata da un’apposita stampante, o spedita, via cavo o via etere, a qualsiasi distanza.

Macchine di questo tipo venivano usate soprattutto dai fotoreporter, perché permettevano l’immediata trasmissione delle foto ai giornali, che non hanno bisogno di immagini ad alta definizione.

L’inconveniente principale della fotografia elettronica era infatti la scarsa definizione delle immagini, in confronto a quella della fotografia tradizionale. Notevole diffusione ha avuto l’elaborazione elettronica delle immagini fotografiche, che, digitalizzate da uno scanner ad alta definizione, possono essere corrette ed elaborate a piacere (eliminazione di dominanti cromatiche, modifica dei colori, cancellazione e aggiunta di parti di immagine, fino a ottenere fotomontaggi quasi perfetti). L’immagine elaborata viene poi stampata su pellicola, con la stessa definizione dell’originale.

Negli ultimi anni lo sviluppo della fotografia digitale ha avuto implicazioni incredibili sia nella fase di ripresa delle immagini che in quella di riproduzione. Da un lato i sofisticati sistemi di esposizione, messa a fuoco, inquadratura e disponibilità immediata delle immagini in fase di ripresa e dall’altro la loro elaborazione sul computer hanno ridimensionato il lavoro di camera oscura per lo sviluppo del negativo e/o della diapositiva e per la loro stampa. Essa richiedeva lunghe ore al buio, pazienza e risorse economiche, al punto che grandi fotografi utilizzavano spesso laboratori professionali per le loro immagini. Oggi il processo è alla portata di tutti grazie alle immagini digitali che possono essere ritoccate, modificate e trasferite con il computer di casa propria, avvalendosi di programmi di editing e/o fotoritocco e modalità di archiviazione di file anziché di voluminosa carta che hanno in gran parte ridotto la domanda di pellicole e di stampa tradizionale delle foto.

La prima fotografia a colori scattata da Maxwell nel 1861.

Riproduzione dei colori [modifica]

J. T. Seebeck (1810) e J. F. Herschel (1840), E. Becquerel (1848), L. L. Hill (1850) e C. Niepce (1851) erano riusciti a ottenere delle registrazioni instabili di oggetti colorati, probabilmente per un fenomeno di interferenza all’interno dello strato sensibile. Tale fenomeno venne utilizzato da Gabriel Lippmann, in un procedimento messo a punto nel 1891, esponendo attraverso il supporto di vetro una lastra fotografica con l’emulsione a contatto con mercurio.

L’interferenza tra la radiazione incidente e quella riflessa dal mercurio, che fungeva da specchio, faceva sì che l’emulsione rimanesse impressionata a diversi livelli di profondità, la distanza fra i quali era funzione della lunghezza d’onda della radiazione. La lastra, sviluppata e osservata per riflessione, restituiva un’immagine con i colori naturali. Il procedimento di Lippmann, sfruttato commercialmente per qualche anno, fu abbandonato per la difficoltà nella preparazione dei materiali e del loro trattamento.

Nel frattempo James Clerk Maxwell aveva teorizzato i principi della sintesi additiva dei colori e nel 1855 aveva ottenuto i primi risultati incoraggianti, che rese pubblici nel 1861. Nel suo procedimento l’oggetto colorato veniva ripreso su tre diverse lastre attraverso tre filtri di colore blu, verde e rosso; venivano poi ricavate tre diapositive che, proiettate a registro su uno schermo mediante tre proiettori muniti degli stessi filtri usati per la ripresa, riproducevano a colori il soggetto.

Un procedimento simile, che utilizzava i colori blu, giallo e rosso, venne ideato indipendentemente, nel 1862, da Louis Ducos du Hauron, al quale si devono anticipazioni per tutti i procedimenti utilizzati fino a oggi. Nel 1868 egli osservò che un foglio di carta, ricoperto di sottili linee adiacenti di colore blu, verde e giallo, appariva bianco se osservato per trasparenza e grigio se osservato per riflessione e brevettò un procedimento di fotografia a colori basato su questo fenomeno.

Il procedimento venne ripreso in considerazione negli ultimi anni del secolo XIX quando furono disponibili materiali sensibili pancromatici con i quali era possibile effettuare la ripresa attraverso un reticolo di linee o di granuli di colore blu, verde e rosso; in seguito all’inversione dell’immagine in bianco e nero, il complesso immagine-reticolo osservato per trasparenza restituiva i colori originali.

Sfruttando questo principio i fratelli Lumière realizzarono le lastre Autochrome, la cui produzione iniziò nel 1907. Materiali simili vennero prodotti in Germania (Agfacolor) e in Gran Bretagna. Nel 1908 A. K. Dorian propose di sostituire i reticoli colorati con un insieme di minuscole lenti ottenute per goffratura sul lato del supporto opposto a quello su cui era stesa l’emulsione.

Ponendo davanti all’obiettivo un filtro costituito da tre bande colorate, ciascuna lente proiettava tre immagini, che venivano sovrapposte utilizzando un proiettore che montava sull’obiettivo lo stesso filtro usato in ripresa. Su questo principio si basavano i primi materiali Kodacolor, prodotti fino al 1935.

Tutti questi procedimenti non consentivano la produzione di stampe a colori, se non con mezzi tipografici. L’unico a ottenere copie fotografiche su carta fu E. Vallot che nel 1895 aveva ripreso un’idea di Louis Ducos du Hauron, introducendo un procedimento che però, a causa della bassa sensibilità e della scarsa stabilità dei colori, non ebbe successo commerciale. L’era della fotografia a colori moderna iniziò nel 1935 con la pellicola per diapositive Kodachrome, seguita nel 1936 dalla Agfacolor.

La prima richiedeva un trattamento speciale, perché i colori venivano aggiunti nel corso dello sviluppo. Nella seconda, invece, che è stata la capostipite delle moderne pellicole per fotografie a colori su carta, tre strati, sensibili rispettivamente al blu, al verde e al rosso, contenevano anche i coloranti, che davano origine, durante lo sviluppo, a immagini con i colori complementari (giallo, magenta e ciano).

L’immagine riacquistava i colori naturali durante lo sviluppo della copia, stampata su carta il cui strato sensibile aveva una struttura simile. Infine la Ciba, riprendendo il vecchio procedimento di sbianca dei coloranti contenuti nei vari strati dell’emulsione, realizzò il sistema Cibachrome, per la stampa di diapositive.

Chimica [modifica]

Processi con l’alogenuro d’argento [modifica]

Quando si sottopone un alogenuro d’argento all’azione della luce, la radiazione assorbita gli cede l’energia necessaria per scindere il legame tra l’alogeno e il metallo. Il deposito di argento così formato è tanto più denso quanto maggiore è l’intensità dell’illuminazione ed è quindi possibile ottenere con una camera oscura un’immagine negativa del soggetto inquadrato. Tale annerimento diretto dell’alogenuro, detto effetto print-out, è stato il primo metodo utilizzato per ottenere delle immagini agli albori della fotografia, ma aveva l’inconveniente di richiedere tempi di posa lunghissimi.

Fin dai primi tempi della fotografia, però, si scoprì casualmente che non era necessario attendere la formazione di un’immagine visibile sul materiale sensibile: anche dopo una breve esposizione era possibile, con un opportuno trattamento chimico, ottenere un’immagine perfettamente formata. In effetti anche nel corso di una esposizione molto breve si verifica la fotolisi del bromuro d’argento in misura tale da formare un’immagine debolissima, non visibile a occhio nudo (immagine latente), ma sufficiente per provocare un’alterazione delle caratteristiche chimico-fisiche dell’emulsione.

Trattando questa con particolari sostanze (rivelatori) si ottenne la formazione dell’immagine visibile, che risultava costituita da un insieme di granuli d’argento originati dalla riduzione dei singoli cristalli di alogenuro. Sono questi che conferiscono all’immagine la caratteristica struttura granulosa.

Nell’effetto print-out l’energia necessaria per la riduzione dell’alogenuro ad argento metallico è fornita interamente dalla radiazione assorbita dall’emulsione, mentre nel secondo caso la radiazione cede solo la piccola quantità di energia necessaria alla formazione dell’immagine latente.

Il rivelatore fornisce in un secondo tempo la quantità di energia necessaria per portare a termine il processo, con un effetto di amplificazione di circa un milione di volte. Dopo la formazione dell’immagine occorre allontanare l’alogenuro d’argento rimasto inutilizzato (fissaggio), oppure renderlo insensibile alla luce (stabilizzazione).

Il trattamento di un moderno materiale fotografico in bianco e nero richiede quindi un bagno di sviluppo e uno di fissaggio, cui si interpone un lavaggio o un bagno di arresto, e un lavaggio finale prima dell’asciugatura. Il lavaggio finale, estremamente importante per la conservazione dell’immagine, asporta ogni traccia dei prodotti chimici impiegati nel corso del trattamento.

Nei materiali a colori (a eccezione della Kodachrome), la formazione dei coloranti avviene utilizzando uno sviluppo cromogeno che, contemporaneamente alla riduzione del bromuro impressionato, provoca la formazione del colore all’interno di ognuno dei tre strati sensibili sovrapposti. Con i procedimenti accennati si ottiene sempre un’immagine negativa rispetto all’originale usato per la ripresa o la stampa.

È possibile ottenere direttamente delle immagini positive mediante un procedimento di inversione nel corso del quale si distrugge l’immagine negativa e se ne forma una positiva utilizzando l’alogenuro d’argento non impressionato nel corso dell’esposizione. La distruzione della negativa avviene per mezzo di un bagno di sbianca che, nel colore, ha anche la funzione di liberare i coloranti dal deposito opaco d’argento che li maschera.

Il sempre crescente aumento del costo dell’argento ha portato, da un lato, una notevole diffusione dei procedimenti di ricupero di questo dai bagni di fissaggio, che possono contenere diversi grammi d’argento per litro, e, dall’altro lato, ha favorito lo sviluppo di procedimenti nuovi o non tradizionali. Poiché i materiali a sviluppo cromogeno consentono il recupero totale dell’argento, sono state introdotte pellicole a sviluppo cromogeno anche in bianco e nero.

Processi senza argento [modifica]

Fin dai primi tempi della fotografia si tentò di impiegare delle sostanze fotosensibili senza argento, per esempio la carta al ferroprussiato, usata per la riproduzione di disegni tecnici (cianografia), ma senza grandi successi. Altri procedimenti di stampa, introdotti nel 1850, furono quelli alla gomma e al pigmento, applicati specialmente nel rotocalco.

Tra gli altri procedimenti un tempo applicati o di più recente applicazione si ricordano:

* la termografia, che si basa sulla proprietà di svariate sostanze di annerire, fondere o subire altre trasformazioni se sottoposte a riscaldamento;
* l’elettrografia, il cui principio fu indicato nel 1935 da P. Selenyi e che ha avuto uno sviluppo eccezionale nel campo della fotoriproduzione di documenti (in particolare la xerografia);
* la fotopolimerizzazione, che sfrutta la proprietà della luce di provocare la polimerizzazione di molte sostanze;
* il procedimento Kalvar, usato per la produzione di microfilm e di positivi cinematografici, nel quale l’esposizione alla luce provoca la decomposizione di una sostanza fotosensibile incorporata in uno strato plastico con liberazione di bollicine di gas, che rendono opaco lo strato;
* la fotocromia, che si basa sulla proprietà di alcune sostanze di cambiare colore sotto l’azione della luce.

Una delle maggiori difficoltà connesse con l’introduzione di nuovi sistemi fotosensibili era costituita dalla scarsa efficienza con cui, in generale, veniva registrata l’immagine. L’unico sistema che presenta un fattore di amplificazione paragonabile a quello basato sugli alogenuri d’argento è la fotopolimerizzazione, mentre gli altri possiedono una capacità di amplificazione molte migliaia di volte inferiore. Nei sistemi fotografici tradizionali, gli alogenuri d’argento non impressionati vengono asportati nel bagno di fissaggio oppure, nel processo di inversione, vengono utilizzati per formare un’immagine positiva sul medesimo supporto.

Processi per le istantanee [modifica]

Diversi sono i processi diffusivi nei quali l’alogenuro non impressionato viene trasformato in un sale solubile che diffonde dal negativo verso un supporto sul quale viene ridotto ad argento metallico dando luogo alla formazione dell’immagine positiva. Questo procedimento, descritto per la prima volta nel 1939 e utilizzato inizialmente per materiali da fotoduplicazione, consente la cosiddetta fotografia istantanea. Le prime applicazioni pratiche si ebbero nel 1948 con il sistema Polaroid in bianco e nero che permetteva di ottenere una positiva in soli 15 secondi; in seguito fu messo a punto un analogo sistema per le positive a colori ottenibili in circa un minuto.

Nel procedimento a colori il negativo è costituito da tre strati di emulsione sensibili alla luce blu, verde e rossa, ai quali sono intercalati altrettanti strati contenenti tre diversi rivelatori di colore rispettivamente giallo, magenta e blu-verde.

Un apparecchio modello anni settanta per immagini fotografiche di rapido sviluppo esposto al Museo d’Arte Contemporanea Villa Croce di Genova

Dopo l’esposizione il negativo viene portato a contatto con il supporto destinato a ricevere l’immagine positiva; tra i due si trova un sottile velo di attivatore alcalino. In presenza dell’attivatore i rivelatori colorati, contenuti nello strato sviluppatore, riducono il bromuro esposto e rimangono così immobilizzati nello strato sensibile.

I rivelatori che non hanno reagito, invece, diffondono attraverso il negativo e lo strato di attivatore fino a raggiungere il supporto, dove si fissano.

Nel 1976 la Kodak lanciò un suo sistema di fotografia istantanea, che, dopo una lunga serie di controversie legali, fu ritirato dal commercio perché violava alcuni brevetti Polaroid.

Quest’ultima, nel 1985 presentò una pellicola per diapositive, sia in bianco/nero che a colori, a sviluppo istantaneo; essa non richiedeva macchine speciali, ma poteva essere esposta con qualsiasi macchina che utilizzasse le normali pellicole 135 (formato 24 x 36 mm).

La pellicola a colori, chiamata Polachrome, è in realtà una pellicola in bianco/nero, filtrata, sia in ripresa che in proiezione, da un fitto reticolo di linee blu, verde e rosso (secondo il principio già sfruttato dai fratelli Lumière con le lastre Autochrome). Lo sviluppo viene effettuato sull’intera pellicola, in un apparecchietto che stende su di essa i prodotti chimici racchiusi in un contenitore venduto insieme alla pellicola.

Anche la pellicola per stampe a colori immediate è stata notevolmente perfezionata dalla Polaroid: è stato eliminato il negativo (che doveva essere gettato, insieme ai residui dei prodotti chimici di sviluppo), e la sensibilità è stata aumentata a 600 ASA. Lo sviluppo avviene in piena luce, in circa 90 secondi. Alcune pellicole a sviluppo immediato (in bianco e nero e a colori) possono essere utilizzate, per mezzo di un apposito accessorio, anche su molti apparecchi professionali e su apparecchiature scientifiche: esse danno copie formato 8,3 x 10,8 cm, spesso usate per controllare la distribuzione delle luci e delle ombre prima dello scatto definitivo su pellicola tradizionale.

Applicazioni scientifiche [modifica]

Generalità [modifica]

La fotografia si è rivelata un elemento di sempre maggiore utilità nell’indagine scientifica: essa offre infatti la possibilità di registrare fenomeni che non possono essere osservati direttamente, come per esempio quelli che si verificano in tempi brevissimi (fotografia ultrarapida), quelli che avvengono su scala microscopica, quelli che interessano regioni molto vaste della Terra o dello spazio (fotografia aerea, orbitale, astronomica), quelli legati a radiazioni non visibili, ecc.

Tra le più importanti applicazioni della fotografia in campo scientifico, si ricordano la fotografia ultrarapida e stroboscopica, la fotografia stereoscopica, la fotografia nell’infrarosso e nell’ultravioletto, la fotografia aerea e orbitale, la fotografia astronomica.

Fotografia ultrarapida e stroboscopica [modifica]

Già nel 1851 W. H. F. Talbot, utilizzando come fonte di luce la scintilla provocata dalla scarica di una serie di bottiglie di Leida, riuscì a realizzare delle immagini con un tempo di posa dell’ordine del milionesimo di secondo. Questa tecnica venne dapprima applicata alla balistica e le prime immagini di un proiettile in volo risalgono al 1885 e sono dovute a Ernst Mach; nel 1896 si osservò per la prima volta l’onda d’urto che si propaga insieme a un proiettile che si muove a elevata velocità.

Nel 1930 H. Edgerton iniziò uno studio sistematico delle possibilità della fotografia ultrarapida, dedicandosi particolarmente al perfezionamento delle sorgenti di luce e utilizzando in modo particolare il flash elettronico. In effetti gli otturatori meccanici non consentono tempi di posa inferiori a qualche frazione di millesimo di secondo, che permettono la ripresa solamente di oggetti in movimento relativamente lento.

Le riprese ultrarapide richiedono quindi l’impiego di sorgenti che emettono lampi di luce particolarmente brevi e intensi senza l’impiego di otturatori, oppure utilizzando otturatori speciali. Con questi sistemi si ottengono normalmente tempi di posa dell’ordine del decimilionesimo di secondo e si possono raggiungere i 5 nanosecondi. Utilizzando per l’illuminazione una serie di lampi di luce in rapida successione si ottiene sul negativo una serie di immagini in posizione diversa. È questo il principio su cui si basa la fotografia stroboscopica, utilizzata per l’analisi dei movimenti.

Fotografia stereoscopica [modifica]

La fotografia riproduce gli oggetti su una superficie piana e l’illusione della profondità è data esclusivamente dalla prospettiva e dal chiaroscuro. È però possibile riprodurre l’effetto della visione binoculare osservando separatamente con i due occhi due immagini riprese da punti posti a distanza pupillare. Le prime immagini stereoscopiche sono dei dagherrotipi del 1842. La fotografia stereoscopica viene utilizzata prevalentemente per fini cartografici.

Fotografia nell’infrarosso e ultravioletto [modifica]

Fotografia nell’infrarosso del Palazzo ENI e del Laghetto dell’EUR a Roma

Gli alogenuri d’argento possiedono una sensibilità naturale che si estende nelle zone dell’ultravioletto e del blu ed è limitata solo dall’assorbimento dell’obiettivo, della gelatina e dell’aria. I comuni obiettivi fotografici trasmettono l’ultravioletto fino a circa 320 nm, limite oltre il quale occorre usare obiettivi con lenti in quarzo o fluorite, che trasmettono fino a circa 120 nm. Peraltro, al di sotto dei 200 nm diviene sensibile l’assorbimento dell’aria, per cui occorre operare in atmosfera d’azoto o, meglio, nel vuoto.

Per evitare la perdita di sensibilità dovuta all’assorbimento della gelatina, si usano emulsioni con concentrazione di bromuro d’argento molto elevata. Oltre che per la ripresa diretta di immagini, la radiazione ultravioletta viene spesso impiegata per eccitare la fluorescenza degli oggetti da fotografare nel campo del visibile. In questo caso si antepone all’obiettivo un filtro che blocchi la radiazione ultravioletta riflessa dal soggetto trasmettendo invece la fluorescenza visibile.

La ripresa viene effettuata con un comune materiale in bianco e nero o, più spesso, a colori, a causa della vivacità dei colori di fluorescenza. All’altra estremità dello spettro visibile, la radiazione infrarossa non viene assorbita dagli alogenuri d’argento e non è quindi in grado di impressionare le emulsioni fotografiche.

Particolari sensibilizzatori cromatici possono però rendere sensibili i materiali fotografici anche alla radiazione infrarossa fino a circa 850 nm. L’impiego di filtri particolari consente di limitare la trasmissione della radiazione visibile, cui il bromuro d’argento è sensibile, fino a eliminarla completamente con l’impiego di filtri neri. Esistono anche materiali a colori con uno strato sensibile all’infrarosso, registrato con un colore convenzionale.

Le riprese nell’infrarosso e nell’ultravioletto interessano principalmente i campi dell’astrofisica, spettroscopia, mineralogia, criminologia, storia dell’arte, biologia, medicina, prospezione aerea del suolo, grafoscopia.

Fotografia aerea e orbitale [modifica]

Immagine ripresa dall’Apollo 17

La fotografia aerea è la tecnica di indagine del terreno che si serve di macchine fotografiche installate a bordo di aeromobili. Trova applicazioni nel campo della ricognizione archeologica, delle ricerche geologiche, in agricoltura per ricavare informazioni sulla natura dei terreni e sull’estensione delle colture, in campo militare per ottenere informazioni su obiettivi strategici.

La fotografia orbitale permette la ripresa di immagini da altezze molto superiori a quelle proprie della fotografia aerea, della quale costituisce un’estensione, mediante apparecchi posti su veicoli spaziali in orbita intorno alla Terra. Tra le sue varie applicazioni si ricordano le indagini meteorologiche, le ricerche sull’inquinamento dei mari, sulle risorse della Terra. Queste applicazioni sono sempre più raffinate anche grazie allo sviluppo e all’incrocio di diverse tecniche di ripresa fotografica digitale incrociate con altri sistemi di rilevazione come il radar.

Esempio di ciò è il satellite Envisat, messo in orbita dall’ESA (Agenzia Spaziale Europea) che grazie all’incrocio dei dati prodotti dai suoi undici strumenti permette la realizzazione di immagini satellitari utili per lo studio di fenomeni come la desertificazione, l’eutrofizzazione dei mari e i cambiamenti climatici.

Fotografia astronomica [modifica]

Immagine dell’ammasso delle Pleiadi
Per approfondire, vedi la voce astrofotografia.

Consiste nella registrazione fotografica delle immagini dei corpi celesti. Tale tecnica presenta diversi vantaggi rispetto all’osservazione diretta perché l’emulsione fotografica, esposta per un tempo sufficientemente lungo, viene impressionata anche da radiazioni visibili di intensità troppo debole per poter essere percepite dall’occhio umano anche con l’aiuto di potenti telescopi. Il metodo prevede appositi sistemi di inseguimento che compensano la rotazione della terra e la conseguente rotazione apparente della volta celeste. In assenza di questi si ottengono effetti artistici con conseguente strisciata, centrata a nord, degli astri, o ci si limita a brevi esposizioni a basso ingrandimento.

Inoltre l’uso di emulsioni particolarmente sensibilizzate permette lo studio di corpi celesti che emettono radiazioni comprese in zone dello spettro luminoso in corrispondenza delle quali l’occhio umano non è sensibile. In tempi più recenti sono stati usati anche sistemi digitali, basati su CCD o CMOS, raffreddati a bassissime temperature per diminuire il rumore elettronico. Tramite l’uso di filtri interferenziali, è anche possibile ottenere fotografie solo alla luce di alcune righe spettrali, ottenendo quindi informazioni sulla composizione della sorgente.

Fotomicrografia [modifica]

Cellule viste al microscopio confocale, fluorescenti con due differenti fluorocromi
Per approfondire, vedi la voce Fotomicrografia.

Consiste nella registrazione fotografica delle immagini di soggetti piccolissimi, nel caso di microscopia ottica nell’ordine dei micron. Anche qui tale tecnica presenta diversi vantaggi rispetto all’osservazione diretta perché l’emulsione fotografica, esposta per un tempo sufficientemente lungo, viene impressionata anche da radiazioni visibili di intensità troppo debole per poter essere percepite dall’occhio umano specialmente in caso di tecniche in fluorescenza, dell’arresto tramite tempi di esposizione brevi di soggetti molto rapidi (protozoi in vivo), eccetera.

Arte [modifica]

La fotografia cominciò ad acquistare autonomia agli inizi del sec. XX, mentre le polemiche sui rapporti con l’arte, in seguito indagati con acutezza da W. Benjamin, erano vivacissime. In merito alla diatriba, sempre attuale, una distinzione si può fare tra la fotografia come strumento e la fotografia come linguaggio. Nel primo caso si sfruttano in quanto tali le possibilità di riproduzione meccanica delle immagini, nel secondo queste stesse possibilità vengono utilizzate a fini documentaristici ed espressivi.

Quindi da un lato si possono annoverare i processi di fotoriproduzione, utilizzati nei settori più diversi, dalla fotomeccanica alla spettroscopia, dall’altro tutte le utilizzazioni della fotografia per una descrizione, a diversi livelli di obiettività, di fenomeni scientifici, di avvenimenti, di realtà sociali o di altri valori umani, figurativi e astratti.

In opposizione ai concetti della foto d’arte, con tutto il corollario dei trucchi di mestiere, operò agli inizi del sec. XX Alfred Stieglitz, capo del gruppo americano Photo-Secession, esaltando le riprese immediate con piccoli apparecchi portatili alla ricerca dell’illusione di realtà, cercando il cubismo nella natura (soggetti disumanizzati, riproduzione del ritmo nella ripetizione di elementi base, sovrapposizioni, ecc.).

Dal canto suo il tedesco A. Renger-Patzsch, in polemica con le tesi della Photo-Secession sostenne, parafrasando Spinoza, che la bellezza del mondo dipendeva dall’immaginazione dell’uomo e quindi anche dalla scelta che l’obiettivo faceva del particolare.

Una terza tesi veniva proposta da A. G. Bragaglia, teorizzata nel volume Fotodinamismo futurista (1911), da fotografi come l’americano A. Coburn, lo svizzero C. Schad, l’ungherese László Moholy-Nagy (del Bauhaus), lo statunitense Man Ray, l’italiano L. Veronesi che, proclamando l’importanza essenziale della “ricerca” riaffermavano o giungevano all’astrattismo.

Fu questo il punto di partenza di ogni avventura e sperimentazione fotografica successiva, testimoniate dall’attività di gruppi come Fotoform (1949), dalle foto di movimento di Gjon Mili, dalla scuola della candid photography e da tutti gli sperimentatori fluttuanti dalla ricerca del vero alla sensazione, dal documento alla realizzazione d’arte. Un cenno meritano le fotografie di moda e di pubblicità, che adattano alle specifiche funzioni il patrimonio finora acquisito, trasfondendo nell’immagine, con la suggestione creativa, il potere o la ricerca della persuasione.

Un’evoluzione ulteriore della fotografia è la multivisione, basata sulla proiezione di diapositive in dissolvenza incrociata, spesso con un accompagnamento musicale. Questa tecnica è utilizzata spesso a scopi didattici o pubblicitari, ma la forte componente creativa e poetica del mezzo fotografico ha ispirato la creazione in multivisione di autentiche opere d’arte.

Diritto [modifica]

Logo indicante un lavoro protetto da Copyright

Il diritto d’autore considera fotografie ai fini della tutela relativa “le immagini di persone o di aspetti, elementi o fatti della vita naturale e sociale ottenute col procedimento fotografico o con processo analogo”.

Spetta al fotografo, salvo deroghe relative ai ritratti fotografici, il diritto esclusivo di riproduzione, diffusione e vendita. Tuttavia se l’opera è stata ottenuta nel corso e nell’adempimento di un contratto d’impiego o di lavoro, il diritto esclusivo spetta al datore di lavoro. La durata del diritto sulla fotografia è di venti anni.

Il diritto tutela anche la privacy del soggetto fotografato. Infatti, è permessa la diffusione di fotografie senza il permesso del soggetto solo nel caso di personaggio pubblico, inteso come persona che, per lavoro o carica istituzionale, è noto al pubblico, o nel caso la persona sia ritratta nel corso di eventi aperti al pubblico (ad esempio se una persona partecipa ad una manifestazione sportiva). Negli altri casi, il fotografo titolare dell’opera deve ottenere il permesso (chiamato liberatoria) alla pubblicazione (intesa anche come esposizione ad una mostra) da parte del soggetto.

Sono particolarmente interessanti le argomentazioni pro e contro la libertà dell’arte, particolarmente per quanto riguarda le foto prese per strada per documentare la vita di una città. la controversia esposto

Voci correlate [modifica]

* Aberrazioni
* Astrofotografia
* Associazione fotografi
* Bracketing
* Camera oscura
* Circoli Fotografici
* Dagherrotipo
* Diapositiva
* Fotografi
* Fotografia cinematografica
* Fotografia d’arte
* Fotografia digitale
* Fotocamera digitale
* Fototeca di Sardegna
* Raw (fotografia)
* Fotografia documentaria
* Fotografia glamour
* Fotografia naturalistica
* Fotografia panoramica
* Fotoup
* Fotografia istantanea (Polaroid)
* Fotografia subacquea
* Lomografia
* Luce inattinica
* Macchina fotografica
* Macrofotografia
* Multivisione
* Photocrossing
* Prospettiva (geometria descrittiva)
* Telefoto
* Effetto flou

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Canon IXUS 980 IS e Canon IXUS 870 IS

lunedì, 22 settembre 2008

Novità, in vista di Photokina 2008, anche nella gamma di fotocamere tascabili IXUS di Canon: due nuovi modelli – la nuova “ammiraglia” della gamma, la Canon IXUS 980 IS e la “sorellina” Canon IXUS 870 IS – caratterizzati dalla presenza del nuovo processore Canon DIGIC 4.

La Canon IXUS 980 IS punta sulla risoluzione – ha un sensore 14,7 Megapixel – e sui controlli manuali. La macchina si fa notare anche per il suo design, con il guscio offerto in due colori, nero e il tradizionale argento IXUS.

canon ixus 980 is

I controlli manuali sono una prima assoluta per la serie IXUS: la modalità Manuale, che permette il controllo della velocità di scatto e dell’apertura del diaframma, torna utile nelle situazioni di luce inusuali o per scatti sperimentali e espressivi.
La nuova modalità QuickShot consente di visualizzare direttamente sul display l’istogramma e i principali controlli, e di inquadrare dal mirino ottico per una messa a fuoco istantanea.
Lo zoom, 3.7x ottico, equivale a un 36 – 133 mm, f/2.8-5.8. 
Il display LCD ha una diagonale di 2.5 pollici e una risoluzione di 230,000 punti. Si può inquadrare anche con il mirino ottico.

canon ixus 980 is display

La batteria consente, a detta di Canon, un’autonomia di circa 280 scatti per carica.
La macchina registra video 640 x 480 (a 30 fps) con compressione dedicata all’alta definizione H.264 ( permette di immagazzinare fino al 40% in più di sequenze nella scheda di memoria, senza perdita di qualità video).

Canon IXUS 870 IS è disponibile nei colori oro o argento. Ha un sensore da 10 megapixel e uno zoom ottico grandangolare 4x, che parte dal 28 mm, indicato per ritratti di gruppi di persone, interni d’atmosfera o foto d’architettura. Sul formato 35 mm equivale a un 28 – 112 mm, f/2.8-5.8. Anche questa macchina ha lo stabilizzatore d’immagine, che aiuta ad evitare il mosso quando si fotografa con poca luce e senza il falsh.
Sul dorso della compatta un monitor PureColor LCD II da 3 pollici ad alta risoluzione di 230,000 punti. Non c’è, però, il mirino ottico.

canon ixus 870 is

La macchina è una “point-and-shoot”, funziona cioè in completo automatismo.
Registra video 640 x 480 (a 30 fps) con compressione dedicata all’alta definizione H.264.
La batteria ricaricabile agli ioni di litio NB-5L assicura un’autonomia di circa 300 scatti per carica.

canon ixus 870 is display

“Digital IXUS 980 IS e Digital IXUS 870 IS offrono una perfetta miscela d’innovazione tecnica e design IXUS” commenta Massimiliano Ceravolo, Country Director di Canon Consumer Imaging Italia. “Queste fotocamere sono egualmente straordinarie, sia dentro che fuori”.

Entrambe le fotocamere sono dotate della tecnologia Canon di stabilizzazione ottica, per scatti privi di mosso in tutta l’escursione focale dello zoom e in condizioni di scarsa luminosità.

Processore DIGIC 4: elaborazione intelligente

Il nuovo processore d’immagine Canon DIGIC 4 promette non soltanto un funzionamento ultra-rapido e foto migliori, con un basso livello di “rumore”, ma presenta diverse tecnologie intelligenti che rendono possibile scattare foto di qualità in maniera semplice.
Gli scatti di gruppi di persone beneficiano di una versione aggiornata della tecnologia Face Detection AF/AE/FE/WB, in grado di rilevare anche i volti angolati o di profilo rispetto alla fotocamera.

Face Select & Track segue il soggetto ancora più accuratamente. Una nuova funzione, denominata FaceSelf-Timer – fa scattare l’otturatore dopo che un nuovo volto è entrato nell’inquadratura – rende i ritratti di gruppi e gli autoritratti più semplici. 
Il nuovo sistema Servo AF regola continuamente la messa a fuoco su un soggetto che si muove avvicinandosi o allontanandosi dalla fotocamera. 
Il processore DIGIC 4 fornisce inoltre la nuova tecnologia Canon i-Contrast, che evidenzia i dettagli nelle aree più scure dell’immagine senza “bruciare” le alte luci.

Canon IXUS 980 IS e IXUS 870 IS saranno in vendita, rispettivamente, da metà ottobre e da fine settembre 2008, al prezzo indicativo di 457 euro e 395 euro Iva inclusa.

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Computer Gross distribuisce Canon

venerdì, 25 luglio 2008

Si rafforza il canale commerciale di Canon con un nuovo distributore ufficiale: Computer Gross Italia.

Da questo mese, infatti, è stata formalizzata questa partnership che assicura un “ampliamento strategico” nell’offerta dei prodotti di Computer Gross.

L’ingresso a listino di Canon “aggiunge nuove opportunità di business ai dealer che lavorano assiduamente con la nostra struttura”, spiega Daniele Pagni, division manager del distributore. Dal punto di vista di Canon Italia, questo accordo rientra nella strategia di presidiare il canale, con l’obiettivo principale di sviluppare il canale dei rivenditori e di quello appena nato IT & Office. Secondo Gennaro Russo, Distribution Channel Director di Canon Consumer Imaging, “Computer Gross sarà in grado di valorizzare al meglio i nostri prodotti e le tecnologie grazie alla sua storicità, specializzazione e al forte valore aggiunto che potrà offrire ai dealer”. Il distributore ha chiuso il 2007 con un fatturato di 549 milioni di euro: nel 1994, il giro d’affari si attestava intorno a 7 milioni di euro. Anche il numero di rivenditori è aumentato, fino ad arrivare a un ecosistema di 6.000 aziende supportate da una serie di account manager che agiscono su tutto il territorio nazionale. Computer Gross vanta sei sedi in Italia (Empoli, Milano, Roma, Verona, Ancona e Napoli): maggiori informazioni sul sito www.computergross.it. (L.F.)

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