Primavera di Felicità

Aprile inizia bene. Il tepore scalda corpi e cuori, per cui il peggio dovrebbe essere passato. Anche se i vecchi ci invitavano alla prudenza (“Aprile non ti scoprire”), Marzo (“pazzerello”, per i più) è alle spalle, a ricordarci delle donne e anche del primo giorno di primavera. Durante il mese scorso, comunque, veniva celebrata un’altra data importante, questa volta voluta dall’ONU: il 20 Marzo, la Giornata della Felicità. Secondo le parole dell’Assemblea delle Nazioni Unite: “Il perseguimento della felicità è al centro degli sforzi umani”. “Le persone in tutto il mondo aspirano a condurre vite felici e appaganti, libere dalla paura e dal bisogno e in armonia con la natura”.

 Jacques-Henri Lartigue, Florette, 1943
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Noi condividiamo una rubrica fotografica, per cui non possiamo addentrarci su temi “filosofici”, che riguardino appunto la felicità nel suo significato più profondo. Siamo altresì convinti che la gioia (abbiamo usato un sinonimo che speriamo adeguato) rappresenti comunque un elemento collettivo. E’ raro poter essere felici solo per se stessi; magari ci si potrà sentire contenti, appagati, sereni, senza però raggiungere quell’assoluto che ci smuove dentro, emozionandoci per giunta. E allora? Occorrerebbe mettere al centro l’uomo, la sua natura, le aspirazioni che lo pervadono; ponendoci obiettivi piccoli, raggiungibili, dedicati (tutti) a chi ci sta vicino. E ancora? Semplice, è necessario far nostro il tempo: afferrandolo, senza rincorrerlo; e neppure cercando di anticipare qualcosa. Ci sono tanti piccoli gesti, in una giornata, che andrebbero ritratti proprio nel momento che accadono. Non farlo vuol dire innescare la nostalgia, o anche il rimpianto. Arriviamo ancora alla fotografia? Perché no. Pur essendo noi di parte, quella foto che esce dal cassetto spesso ci spalanca i cuori. Il più delle volte non si tratta del grande viaggio e nemmeno di un evento importante, ma di quel gesto colto al momento giusto, nel tempo diventato nostro una volta di più. La fotografia diventa uno strumento per raggiungere la felicità? Difficile a dirsi, anzi: probabilmente no. Di certo può esserne testimone, magari nella memoria. E allora, perché non approfittarne?

 

Jacques-Henri Lartigue
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Il fotografo della felicità

Sempre parlando di felicità, abbiamo scelto (e non siamo gli unici) quale fotografo “felice” Jacques-Henri Lartigue. Ne parleremo in profondità, per quanto ne siamo capaci; scopriremo tra l’altro come si possa lasciare il segno pur essendo semplici amatori. Al nostro è capitato, ma era molto bravo.

 

Jacques-Henri Lartigue
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La parola “dilettante” ha due significati. Nel senso classico del termine, rappresenta l’opposto di professionista; si riferisce così a coloro che perseguono un obiettivo per amore, piuttosto che per le ricompense che potranno arrivare. Stando così le cose, la parola identifica spesso i praticanti più sofisticati. Molti dei più grandi nomi della fotografia sono stati “amatori” puri, così come tanti altri, anche se “a pagamento” durante la settimana, hanno svolto il loro miglior lavoro durante il fine settimana.

Jacques-Henri Lartigue
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Jacques-Henri Lartigue Car Trip,
Papa at 80 kilometers an hour 1913
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Il secondo significato della parola “dilettante”, diverso e diffuso, identifica colui che svolge il proprio lavoro in mancanza di tutta la competenza necessaria, oltretutto senza i toni seri e gravi tipici del professionista. A quest’ultimo potrà essere concesso di non essere totalmente competente, ma mai dovrà perdere i comportamenti di colui che opera per un Cliente. Questa secondo tipo di dilettante generalmente vive tra mille ostacoli ed è totalmente dipendente dal proprio talento, che poi non è quasi mai abbastanza.

 

Jacques-Henri Lartigue Renée. Carretera da Parigi a Aix-les-Bains, 1931
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Lartigue: Automobile, 1912
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Ci sono, tuttavia, rare occasioni nelle quali un talento eccezionale, accomunato a una nuova tecnica (mai sfruttata prima) si combinano in una personalità ingenua e spregiudicata come quella di un bambino. In questi casi (rari, a dire il vero) i risultati possono essere sorprendenti. Nei primi del ‘900 Jacques Henri Lartigue era un bambino e aveva iniziato a scattare già dall’età di dieci anni, quando nacque la sua passione per la fotografia e la pittura. Lui era un privilegiato, questo è certo, ma ha fatto del suo meglio proprio partendo dai vantaggi a disposizione. Guardando le sue immagini, si potrebbe supporre che la vita della sua famiglia sia stata dedicata interamente alla ricerca del divertimento: la spiaggia, la pista, le belle donne in abiti eleganti, le automobili di lusso, le macchine volanti e ogni sorta di splendido beneficio, compresa la fotografia ovviamente. Anche se Lartigue fosse stato un fotografo comune, o addirittura banale, la documentazione da lui tramandata avrebbe rappresentato un bene prezioso. In realtà lui era un fotografo dal talento meraviglioso. Colse immagini memorabili con lo stile di un grande, al quale è stato offerto il beneficio di vedere chiaramente e a fondo.

 

Jacques-Henri Lartigue, Renée. Biarritz, 1930
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Lartigue non ha avuto alcun effetto percepibile sullo sviluppo della fotografia nel ventesimo secolo, dal momento che il suo lavoro rimase praticamente sconosciuto per cinquant’anni e più, quando era già stato portato a termine quasi nella sua interezza. Quando le sue immagini vennero alla luce, apparirono persino inevitabili: forse perché evidenziavano “modalità d’uso” in voga al momento. Sarebbe stato meglio considerare che quelle fotografie le aveva scattate un bambino, cinque decenni prima.

Jacques-Henri Lartigue, biografia

Jacques-Henri Lartigue (1894-1986) è nato a Courbevoie, in Francia, ed è cresciuto a Parigi. Suo padre, un uomo d’affari e appassionato fotografo, gli diede la prima macchina fotografica all’età di sette anni. Lartigue si mostrò da subito attratto dal movimento, e, dopo aver affinato la tecnica, ha colto le sue prime “istantanee” di tennis, nuoto, bob e altri giochi. Nel 1932, attratto dal cinema, Jacques-Henri Lartigue ha lavorato come assistente alla regia per il film “Le Roi Pausole”, del quale ha scattato le fotografie ufficiali. Jacques-Henri Lartigue divenne noto come illustratore e designer durante gli anni 1935-1950. Come fotografo ottenne un grande successo presso il pubblico americano per via di una mostra fotografica organizzata da John Szarkowski Direttore del Dipartimento di Fotografia, presso il Museum of Modern Art, New York, che ha visto Jacques-Henri Lartigue come “il precursore di tutto ciò che è vivace e interessante nel mezzo del ventesimo secolo”. Era il 1963.

1° APRILE, PESCI & FOTOGRAFIA

Il primo Aprile è da sempre il regno degli scherzi. Per la fotografia, quella data vuol dire molto. Nel 1994 ci lascia Robert Doisneau. Di solito non celebriamo i decessi, ma nel caso del fotografo francese ci prendiamo una licenza: ogni occasione è buona.

 

“Bacio davanti all’hotel De Ville”, R. Doisneau. 1950.
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L’immagine che pubblichiamo qui sopra è molto famosa, riconoscibile, iconografica. Tra l’altro l’abbiamo incontrata più volte nella nostra newsletter. Sembra anche ricollegarsi al tema della felicità, ma crediamo vada oltre (e molto!). Qui la felicità è quella che si consuma, in una Parigi che ci ricorda Jean Gabin (e il suo berretto), ma anche i film, i sogni, i bistrot e il suono delle fisarmoniche. Grazie Robert.

1 Aprile 1892, nasce Daniel Masclet


Daniel Masclet, paesaggista e ritrattista-figurativo, nasce a Blois, in Francia. Ha iniziato la sua carriera professionale come violoncellista, dedicandosi alla fotografia per passione (suo un album di fotografie messo insieme durante la prima guerra mondiale). Dal 1920 ha frequentato il Photo-Club de Paris.

La fotografia divenne ben presto il suo obiettivo primario, che lo avrebbe portato a lavorare per Harper Bazaar (dove è stato assistente tecnico del barone de Meyer) e Vogue. Nel 1928 apre uno studio a Parigi, specializzandosi in ritratti storicistiche. Decisivo per il suo slancio artistico è stato l’incontro con Edward Weston, nel 1933. Lo stile di Masclet divenne ben presto influenzato dal minimalismo moderno. Ha pubblicato una serie di libri sul tema della fotografia, tra cui: “Nus, La bellezza de la Femme”, nel 1933. Curatore di mostre, giurato, e critico, ha rappresentato una figura di primo piano sulla scena fotografica europea.

1 Aprile 1917, nasce Nigel Henderson

Wig Stall, Petticoat Lane 1952
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Petticoat Lane (vedi foto pubblicate) racchiude una lunga serie di fotografie di scene di strada colte nell’East End di Londra. Siamo durante la fine del 1940 fino ai primi anni ‘50. Nella foto qui sopra, in primo piano compare il mercato, la bancarella, la sua superficie coperta da imballaggi e da prodotti in vendita. La parte superiore del fotogramma (anche la maggioranza della sua superficie) vive attorno a cinque teste femminili. Quattro di queste sono quelle dei manichini, vestite con parrucche moda. Tra di loro compare un volto: quello di una donna di mezza età che si ferma a guardare le parrucche, impassibile per atteggiamento. Il reale e l’irreale, finemente intrecciati, sono fissati nell’immagine fotografica. E’ il surrealismo di Nigel Henderson, corrente cara al fotografo. Questo interesse si è sviluppato nel corso del 1930, soprattutto a causa del suo accesso privilegiato al lavoro di artisti europei contemporanei, favorito da sua madre, Wyn Henderson, che aveva una vasta cerchia di contatti nel mondo dell’arte. Durante le sue visite a Parigi, Henderson ha incontrato artisti come Marcel Duchamp, Max Ernst e Yves Tanguy, nonché la collezionista d’arte americana Peggy Guggenheim.

 

Petticoat Lane Market 1952
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Dopo aver prestato servizio nella RAF durante la guerra, Henderson ha studiato alla Slade School of Fine Art (1945-9). Si rivolse alla fotografia al termine del suo corso, anche se non aveva mai ricevuto una formazione specifica in tal senso. Dopo essersi trasferito nel quartiere operaio di Bethnal Green, nell’East End, a fine conflitto, negli anni 1949-1953 ha concentrato la propria attenzione sul fotografare scene incontrate durante le lunghe passeggiate in quella zona.

Nigel Henderson, Bethnal Green
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Le fotografie che riportiamo dimostrano il fascino di Henderson per la natura transitoria del contesto urbano. Questo interesse si è esaltato per il senso di separazione che viveva nei confronti del quartiere operaio nel quale viveva. Tutto ciò lo portava a dotare di una qualità chiusa le scene di strada che incontrava. Ogni cosa diventava rituale, irreale e teatrale, con un significato sempre più lontano dalle proprie esperienze di background. Henderson ha spiegato: “I miei vicini sembravano vivere la loro vita in risposta ad alcuni script predeterminati”. “Questi riti erano, per me, formali, molto forti e coercitivi a causa della loro scarsa familiarità”.

1 Aprile 1925, nasce Mario Giacomelli

Mario Giacomelli è, per molti, considerato il più grande fotografo italiano; anche se non siamo avvezzi a questo tipo di classifiche. Nato a Senigallia (lì trascorrerà tutta la sua vita), ha lavorato come tipografo e si è avvicinato alla fotografia, come autodidatta, nei primi anni ‘50.

Giacomelli ha creato immagini uniche e insostituibili, frutto del suo sguardo visionario e della sua straordinaria abilità manuale. In assoluto fotografie in bianco e nero. Mario Giacomelli è morto nel 2000 all’età di settantacinque anni. Sentiamo le sue parole: “… Apposta parlo di segni”. “Li potrei fare anche sulla carta, nel mare, ma sarebbero tutti voluti, quindi tutti falsi. A me interessano i segni che l’uomo lascia a sua insaputa, ma senza far morire la terra. Solo allora hanno un significato per me, diventano emozione. In fondo fotografare è come scrivere: il paesaggio è pieno di segni, di simboli, di ferite, di cose nascoste. È un linguaggio sconosciuto che si comincia a leggere, a conoscere nel momento in cui si comincia ad amarlo, a fotografarlo. Così il segno viene a essere voce: chiarisce a me certe cose, per altri invece rimane una macchia”.

 

Mario Giacomelli, Scanno
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Degno di nota, per chi scrive, il lavoro del fotografo su Scanno. Si tratta di una storia d’amore, quella tra l’artista il piccolo paese in Abruzzo. Quella che Giacomelli trova lì è l’Italia degli Anni Cinquanta, l’Italia di uomini col cappello e di donne a lutto che camminano, si fermano, parlano per le strade o davanti alle porte. Nessuno ha paura dell’obiettivo. Accovacciata o indaffarata è un’Italia che Giacomelli, tornando, non troverà più, ma che oggi continua a raccontarsi: per noi.

 

Mario Giacomelli, Scanno. 1957
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Insieme poeta e filosofo, con Giacomelli nasce una nuova fotografia, lontana dagli atelier, libera e spontanea. Utilizzando lunghi processi tipografici, presto comincia a liberare i suoi lavori da ogni traccia di materia, alla ricerca del significato autentico delle cose. E’ la Metafotografia.

I FOTOGRAFI DI SCANNO

Il primo, M.C. Ercher

L’aver parlato di Scanno ce ne ha fatto venire la voglia. Vorremmo conoscere meglio il paese abruzzese, sapere chi c’è stato, visitarlo anche. Indagando, abbiamo scoperto come i “grandi fotografi” (li vedremo dopo) non siano stati i primi ad approdare lì. Il primo personaggio a conoscere Scanno è stato M. C. Ercher: grafico, disegnatore e, all’occorrenza, fotografo.

 

Un’immagine di M.C. Ercher
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E’ nel 1928 che Escher scopre l’Abruzzo dalle ripide vette ed i paesi di pietra arroccati che, abituato a sconfinati orizzonti, dovettero esercitare su di lui un fascino irresistibile. Tornò più a lungo, nel 1929. Così scrisse: “Mi metto in cammino ogni primavera; questo tipo di viaggio mi restituisce vigore nel corpo e nell’anima…non conosco gioia più grande che vagabondare per le colline e le valli, da paese a paese…”. Raccolse una cartella con più di 28 disegni e tante foto.

 

Uno scatto di Hilde Lotz Bauer
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Una donna fotografa: Hilde Lotz Bauer

La fama fotografica di Scanno la si deve a una donna: Hilde Lotz Bauer. Arrivata a Scanno pochi anni dopo M.C. Escher e vent’anni prima di Henri Cartier-Bresson (siamo negli anni ’30), fu la prima donna che scattò a Scanno.
La maggior parte dei soggetti di Hilde sono rappresentati da donne: donne al lavoro fuori dalle porte delle loro case, ragazze piegate agli angoli delle strade che offrono mucchietti di lumache a manciate, donne che portano sulla testa catini pieni di panni lavati da mettere ad asciugare all’aperto su cataste di legna.

Hilde è stata capace di catturare le donne all’uscita dalla chiesa e i giovani uomini che gironzolano intorno a loro, in un contrasto tra l’elegante modernità della gioventù e la severità dell’abbigliamento tradizionale femminile. Fu proprio in Italia che diventò una libera professionista utilizzando la sua bravura come fotografa e il suo occhio di storica dell’arte per guadagnarsi da vivere.

Il suo stile diventò unico e riconoscibile, anche quando lo applicava attraverso l’Italia (in Sicilia soprattutto), portando con sé pesantissimi banchi ottici. I soggetti fotografati non venivano intrusi dagli scatti di Hilde. Del resto il suo scopo era quello di raffigurare il mondo così com’era, non edulcorato da sentimenti o emozioni personali. E adesso? Non c’è molto da dire. Meglio compiere una bella “carrellata” sui grandi fotografi che hanno ritratto Scanno.

Il più grande, Henri Cartier Bresson

Henri Cartier Bresson. Scanno, Abruzzo,1951.
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Il farmacista fotografo, Giovanni Bucci

Il grande narratore, Gianni Berengo Gardin

 

La moda arriva a Scanno, Ferdinando Scianna


Ferdinando Scianna
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Ferdinando Scianna
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Gli altri da ricordare

Ecco gli altri fotografi che hanno ritratto Scanno: Mario Cresci, Jill Hartley, Claudio Marcozzi, Pepi Merisio, Lynn Saville, Yoko Yamamoto.

Canon Italia

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