Sulle ali di un… libro. Quando la beneficenza prende il volo. Intervista a Bruno Damascelli

Associazione Nazionale Canon Club Italia

Sulle ali di un… libro. Quando la beneficenza prende il volo. Intervista a Bruno Damascelli

Quando alcuni giorni fa Canon Italia ha chiesto a noi del Canon Club Italia di intervistare Bruno Damascelli per presentare questo suo libro, ovviamente abbiamo accettato. La motivazione era doppia. La prima perchè il libro rappresenta una iniziativa benefica a favore della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori che si è concretizzata con la pubblicazione di un volume fotografico bilingue dal titolo “Volare a Milano – Wings over Milan”. E poi perche’ alcuni di noi erano “spotters”, ovvero erano coloro che si appostavano ore e ore lungo il perimetro degli aeroporti per poter fotografare gli aerei. Non c’e’ niente da fare. Chiunque di noi e’ sempre attratto da un aereo, che sia a bassa quota o alto in cielo, che sia civile o militare. E in questo libro abbiamo rivissuto una parte di noi stessi.

Un ringraziamento particolare va a Paolo TedeschiCorporate Communication & Marketing Senior Manager di Canon Italia , per averci fatto conoscere Bruno e per sostenere questa bellissima iniziativa.

 

Buonasera Bruno, ti puoi presentare per gli amici che ancora non ti conoscono?

Sono Bruno Damascelli, classe 1939, professione medico radiologo, primario emerito del servizio di radiologia dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano. Da sempre interessato alla fotografia d’azione.

 

Considerando il tema del libro, quando e dove nasce questa tua passione per gli aerei e per l’aviazione?

Molto presto, diciamo da adolescente, desideravo che mio padre mi accompagnasse ai campi di aviazione e come premio per il buon rendimento scolastico chiesi il battesimo dell’aria, a Bresso, su un biplano. Da allora le sensazioni del volo non mi hanno abbandonato e ho cercato di riprodurle utilizzando la fotografia come un mezzo.

 

E la passione per la fotografia? Come hai pensato e quando, di unire la passione per gli aerei e quella per la fotografia?

Ho cominciato ad utilizzare la macchina fotografica per la wildlife, azioni di pesca e caccia poi il passaggio alla fotografia degli aeroplani è stato rapido. Non perdevo occasione di fare un volo e avevo capito che era più facile essere preso a bordo nei voli di coppia degli alianti. Le mie fotografie vennero notate da un editore di riviste sportive che mi incaricò di seguire qualche manifestazione aerea. Gli intensi studi universitari di medicina e, dopo la laurea, l’ingresso all’Istituto Tumori di Milano con la conseguente attività di ricerca clinica in parte all’estero, mi hanno precluso la possibilità di accedere al brevetto di volo.

 

Perchè fotografi gli aerei e il mondo dell’aviazione?

Il salto di qualità nella fotografia di aeroplani è stato occasionale. Come consulente del Sindaco di Tradate, ho potuto chiedere di fare un volo a Venegono con un 339 Aermacchi che ho filmato con un Super8. Il pilota collaudatore, Franco Bonazzi (portò il primo F104 in Italia), dopo aver visto il video girato anche in acrobazia durante quel volo chiese se potevo fare delle fotografie per l’azienda. Ero nella mia sala operatoria quando mi è arrivata questa richiesta via interfono, ed è stata veramente una grande emozione. Il primo servizio per una formazione di 6 velivoli con i colori del Ghana, riuscì bene. Da allora è stato un crescendo, ammiravo quel mondo dove la precisione, la programmazione e il cosiddetto debriefing erano la regola. Questa era l’aria che si respirava tra i test pilots dai quali cercavo di carpire tanti segreti. Dati i naturali rapporti tra la Aermacchi e l’Aeronautica Militare la richiesta di voli fotografici cresceva anche per altri velivoli ma la spinta maggiore per la mia attività è quella che ho potuto direttamente percepire nel posto posteriore dell’TF-104G del 4° Stormo Caccia.

 

Da piccolo cosa sognavi di fare?

Durante la guerra abitavo con la mia famiglia nell’Ospedale di Magenta dove mio padre, chirurgo, reduce dalla campagna di Russia, era impegnato giorno e notte per i feriti che arrivavano in continuazione. Il nostro appartamento dava direttamente sul corridoio che portava alle corsie e nessuno si preoccupava di un bambino che si muoveva in mezzo a tutta quella confusione. Forse l’esempio di mio padre ha fatto sì che scegliessi la strada della medicina, una magnifica professione difficile da interrompere.

 

Cosa non è per te la fotografia?

Non è la modificazione della realtà attraverso l’elaborazione, non ho quelle doti artistiche. Alle basse sensibilità mi sembra che sia nascosto il DNA della fotografia, prima c’erano i granuli e adesso i pixel. Con piccoli granuli e tanti pixel si inventa di meno.

 

Qual è la sfida di ogni tuo scatto?

Ritrarre quello che vedo con la massima precisione.

 

Che cos’è per te, la curiosità?

Trovare quel punto di vista che permette di fotografare da una posizione adatta a cogliere particolari insospettati visibili spesso solo dopo lo scatto e non durante la ripresa.

 

Sappiamo che utilizzi attrezzatura Canon, come è nato il legame con questo Storico Marchio?

Ai tempi ci si riferiva a Leica e ad Hasselblad, ma non era possibile utilizzare queste splendide macchine nella fotografia d’azione. Canon e Nikon dominavano il genere di fotografia al quale ero interessato ma, in volo con guanti, casco, tuta anti-G e cinghie serrate, è necessario un automatismo nell’azionare i controlli e l’ergonomia della Canon mi facilitava. La crescente qualità di questa macchina fotografica e l’ampia gamma delle ottiche disponibili hanno fatto il resto.

 

Quali tappe hai attraversato per diventare il fotografo che sei oggi?

A parte l’esperienza con l’aviazione militare che si è concretizzata nella pubblicazione del volume “Custodi dei cieli”, ho progettato e condotto a termine due spedizioni automobilistiche in Africa, attraversando il Sahara nella prima spedizione e immaginando il percorso dell’autostrada trans-africana da Douala a Mombasa nella seconda. Qualche anno dopo, in inverno, ho organizzato una esperienza a bordo di un peschereccio Norvegese oltre il Circolo Polare Artico per osservare la pesca del merluzzo nella notte Polare. Le fotografie sono state pubblicate su alcune riviste e presentate durante vari eventi, questa attività rimaneva però marginale rispetto alla mia professione di medico dedicato all’oncologia.

 

Che difficoltà hai incontrato lungo il tuo percorso?

Con i committenti dei servizi fotografici nessuna in particolare, ero favorito dai contatti generati dalla mia professione e dal fatto che le mie prestazioni fotografiche sono sempre state gratuite, e quindi i compensi venivano convertiti in donazioni a favore della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori che sosteneva la mia divisione di radiologia. Questo fatto non era ben visto da altri fotografi specializzati nel settore aeronautico. Tokunaga, ormai carissimo amico, ha dovuto convincersi che mentre lui volava per fotografare, io fotografavo per volare.

 

Fino a qualche anno fa, fotografare aerei era ancora una attività non vista di buon occhio. Come e’ cambiata nel tempo la possibilita di fotografare aerei?

Era proprio così, le forze dell’ordine ci allontanavano spesso dai velivoli sia nelle aree aeroportuali civili che in quelle militari. Oggi si possono ottenere i permessi di accesso grazie alle associazioni di fotografi appassionati di questo settore e vengono organizzate visite guidate sia nell’ambito militare che civile. I passaggi burocratici sono obbligatori e, in due anni di lavoro per “Volare a Milano” la quantità e la complessità delle autorizzazioni che ho dovuto richiedere sono state notevoli.

 

 

Quali sono i problemi che invece ancora incontri?

Sostanzialmente sempre quelli burocratici e organizzativi che hanno però una loro ragione d’essere. A livello militare, una volta superato il filtro iniziale è tutto più semplice e consequenziale, ogni passo è garantito dalla prima autorizzazione. Mentre per quelli civili che hanno a che fare con molta più gente, i controlli di safety e di security sono più articolati. Entrare nella zona sterile con lo scopo dichiarato di fotografare gli aeroplani impone una serie di raccomandazioni e di rispetto di regole molto rigide. Per circolare intorno alle piste è necessario ottenere la disponibilità di un veicolo ufficiale condotto da un accompagnatore autorizzato e l’assistenza di un addetto alla sicurezza che rimane in contatto radio con la torre di controllo.

 

Quali esperienze decisive hai avuto nell’ambito fotografico e nell’aviazione?

La fotografia d’azione come documentazione della wild life attraverso i due viaggi trans-africani e la lunga attività dedicata all’aviazione militare sono state sicuramente le esperienze più importanti.

 

Hai conosciuto persone importanti nel tuo percorso di fotografo appassionato e in particolare nel realizzare questo libro?

Gli alti gradi militari mi hanno introdotto presso gli Enti dell’aviazione civile e ho avuto quindi un accesso fiduciario non altrimenti realizzabile in particolare presso i controllori di volo.

 

Che cosa è necessario per poter cogliere l’attimo giusto?

Trovarsi nel posto giusto al momento giusto prevedendo l’attrezzatura fotografica adatta. I sopralluoghi sono indispensabili così come le previsioni meteorologiche e le informazioni dirette sul campo. Nel corso del sopralluogo a Linate qualche giorno prima della manifestazione è stata decisiva l’individuazione di una possibile postazione sulla torre radar di terra, molto alta e vicina alla linea del display. Alla prima richiesta mi è stato negato l’accesso perché le radiazioni emesse dai radar sono pericolose. Ho quindi fatto notare che il radar era inattivo perché l’aeroporto era chiuso, in questo modo ho ottenuto il permesso di salirvi sia il giorno delle prove che quello della manifestazione vera e propria. Gli scatti che ho potuto fare sono stati i migliori di tutte le manifestazioni aeree alle quali ho assistito proprio per via dell’altezza del punto di ripresa. Non ho però inventato niente, infatti, anni prima, avevo visto alla manifestazione di Sion, Tokunaga sistematosi con l’aiuto dei forestali su un larice molto alto, stravolgendo i convenzionali punti di ripresa con magnifiche inquadrature.

 

Cosa ha influenzato il tuo stile e le tue fotografie?

Il desiderio di scalare le cose difficili e questo ha permeato anche la mia professione. C’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire e da migliorare in ogni attività.

 

Quale aereo non sei ancora riuscito a fotografare?

L’aereo più grande del mondo, cioè l’Antonov An-225 Mriya. Ho inseguito i suoi movimenti per molto tempo ma i voli si sono rarefatti e a Malpensa manca ormai da 5 anni.

 

Ci puoi raccontare un tuo aneddoto particolare o simpatico?

Qualche anno fa il Comando USAF dell’Aeroporto di Aviano, per avvicinarsi alla popolazione, ha chiesto all’Aeronautica Militare Italiana un fotografo d’aviazione con esperienza di volo sull’F16 Fighting Falcon C/D. E’stato fatto il mio nome perché avevo volato su quel velivolo a Cervia e a Trapani poco tempo prima. Al controllo medico obbligatorio ad Aviano, nonostante la mia abilitazione IML e la compatibilità del mio equipaggiamento NATO, il Colonnello coreano non mi rilasciava l’approvazione al volo a causa delle scarpe non regolamentari e non approvate dalla assicurazione americana per gli infortuni in caso di lancio o di un evento comunque traumatico. La questione non si risolveva ed ero preoccupato per il possibile ritardo al briefing, a quel punto veniva interpellato il Generale dell’ufficio accanto al quale mi sono presentato come medico dell’Istituto Tumori di Milano, ospedale da lui conosciuto per il suo passato in oncologia, che a quel punto dava il suo benestare.

Incontravo però un nuovo intoppo dopo che il Comandante della formazione di 4 + 1 F16 aveva illustrato il “media orientation flight” che volevano realizzare. Dopo la descrizione della rotta con i vari passaggi su alcune località del Veneto mi venne chiesto come pensavo di ritrarre la formazione. Mi vennero concesse varie situazioni, looping, tonneau, barrell roll, apertura e formazioni, ma venivo bloccato sulla richiesta di decollo in coppia come leader e gregario all’atterraggio. Il mio pilota, responsabile della sicurezza, obiettava che loro non erano le Frecce Tricolori. E’ andata a finire che abbiamo fatto il decollo in coppia e proprio questa fotografia è stata riportata sulla copertina della loro rivista aeronautica. I piloti americani erano ragazzi fantastici, come i nostri del resto, a quel livello di professionalità “Combat Ready” non ho conosciuto nessuno che non avesse una intelligenza superiore e una nobiltà d’animo.

 

 

Parliamo del libro “Volare a Milano”. Puoi brevemente raccontare come e’ nata l’idea di questo progetto? Puoi raccontarci anche dell’iniziativa a favore Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori e cosa significa per te questa iniziativa?

Negli anni in cui sono stato Consigliere della Lega Tumori cercavamo sempre nuovi modi per pubblicizzare l’esistenza della LILT così da ampliare la raccolta dei fondi per la sua attività assistenziale in continua espansione. A un certo punto è stato ricordato il successo editoriale di “Custodi dei cieli” e mi è stato chiesto se sarebbe stato possibile ripetere un progetto come quello considerata la persistenza della mia attività come fotografo di aviazione. L’attività dell’aviazione civile presso Linate e Malpensa stava vivendo un periodo di grande sviluppo. Linate aveva raggiunto il massimo dell’operatività come numero di voli e Malpensa ampliava in particolare Cargo City. Mi sembrava quindi che valesse la pena descrivere tutto questo mescolando le interviste ai responsabili di settore con le immagini del traffico aereo dei due aeroporti. Si trattava di avvicinare lo spettatore agli aeroplani ricercando anche dei punti di ripresa insoliti sfruttando orari, stagioni e condizioni meteorologiche diverse.

 

Leggendolo e sfogliandolo, sembra tutto molto semplice, ma quali sono state le difficolta pratiche che hai incontrato nel realizzare il libro?

Identificare i punti di ripresa di uno spazio così vasto e di soggetti che, per quanto grandi, sono invariabilmente lontani è stato il filo conduttore di tutto il progetto fotografico. La mia abitazione è poco distante da Linate e nel corso dei miei sopralluoghi ho notato che un punto sopraelevato, vicino alla pista di Linate più di quanto sia la torre di controllo era il campanile della chiesa di San Giorgio. Ottenuto il permesso di salire sul campanile con pochi scatti ho motivato me stesso e l’editore non ancora completamente convinto dell’idea. Con gli stessi scatti ho potuto ottenere il consenso di ENAV, della sezione militare di Linate e quindi presentarmi a Malpensa con una specie di book per riprodurre la medesima attività sia dalla torre di controllo che da terra. Questo è stato un sistema molto semplice ma efficace per il superamento delle difficoltà, convincere le autorità con la forza di immagini diverse da quelle convenzionali.

 

A questo punto non possiamo non chiederlo: qual e` il tuo prossimo progetto?

Da cosa nasce cosa; la torre di controllo di Malpensa è di fronte a Cascina Costa da dove si alzano per i vari test gli elicotteri di Agusta Leonardo. Ora vorrei considerare un progetto fotografico sugli elicotteri diventati ormai vere astronavi, molto difficili da ritrarre in azione. Dal punto di vista fotografico si lavora su fronti opposti, necessità di grande nitidezza ma problematiche di “mosso” per i tempi lunghi di scatto, pena il congelamento delle pale. Stiamo parlando di giroscopia.

 

Ringraziamo Bruno per l’interessantissima intervista. Per sostenere questa iniziativa benefica a favore della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori potete acquistare il libro presso:

Amazon , Feltrinelli , Mondadori , Ibs.it , Libreariauniversitaria.it